Pressione bassa: perché succede?

Vertigini, debolezza e vista annebbiata sono alcuni dei segnali tipici della pressione bassa, ma pochi sanno perché compaiono e come contrastarli.

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Vertigini, debolezza e vista annebbiata sono alcuni dei segnali tipici della pressione bassa, ma pochi sanno perché compaiono e come contrastarli.

Quasi quotidianamente si sente parlare dei rischi dell’ipertensione per cuore e arterie, di quanto sia diffusa e di come sia indispensabile prevenirla e contrastarla. L’ipotensione, al contrario, è un problema molto meno considerato rispetto alla pressione alta, probabilmente perché, in genere, non si associa a eventi acuti gravi o a sequele preoccupanti per la salute a lungo termine.

Ciò non toglie che avere la pressione troppo bassa possa comportare disagi notevoli e alcuni rischi non trascurabili, soprattutto se a esserne interessata è una persona anziana oppure occupata in attività professionali che richiedono attenzione, equilibrio, uso di macchinari e/o che aumentano la probabilità di cadute e incidenti.

Pe questa ragione, soprattutto nei mesi più caldi, è importante riconoscere i sintomi dell’ipotensione fin dall’esordio e imparare a prevenirli e a contrastarli, correggendo, fin dove possibile, i meccanismi che la determinano e adottando strategie comportamentali in grado di favorire la normalizzazione dei valori pressori. Anche alcuni farmaci possono aiutare a far risalire la pressione troppo bassa, ma le persone che hanno veramente bisogno di assumerli sono una minoranza.

Sintomi tipici e cause della pressione bassa

Vertigini, annebbiamento della vista, debolezza, stanchezza, sensazione di testa vuota e di perdita di controllo muscolare, difficoltà di concentrazione e, nei casi più severi, svenimento sono i segnali inconfondibili della pressione bassa, corrispondente alla presenza di valori di pressione massima (sistolica) < 90 mmHg e di pressione minima (diastolica) < 60 mmHg (laddove l’intervallo di normalità è compreso tra 90-139 mmHg per la massima e 60-89 mmHg per la minima, mentre valori ≥ 140/90 mmHg corrispondono a condizioni di ipertensione).

All’origine di una crisi ipotensiva, in chi ha già la pressione tendenzialmente bassa o una scarsa capacità di compensazione emodinamica, possono esserci cause banali come:

- rimanere troppo a lungo in un ambiente caldo, soprattutto se l’alta temperatura è accompagnata anche da un elevato tasso di umidità, come nel caso di una giornata estiva molto afosa, una serra, un bagno turco, un vagone della metropolitana nell’ora di punta

- alzarsi rapidamente dal letto, dal divano o da una sedia (in questo caso di parla di “ipotensione ortostatica”)

- fare un bagno o una doccia bollenti un po’ troppo prolungati.

Anche non bere abbastanza e non reintegrare liquidi e sali minerali persi (in particolare sodio, cloro, potassio e magnesio) quando si ha una sudorazione abbondante e/o dopo aver praticato attività fisica intensa (soprattutto in ambienti caldi) può causare fastidiosi cali di pressione e svenimenti perché si impedisce all’organismo di mantenere il corretto equilibrio idroelettrolitico, fondamentale per assicurare un sufficiente volume di sangue nell’albero circolatorio (volemia) e per permettere ai reni di regolare opportunamente i valori pressori.

Altre cause di ipotensione possono essere di natura psicologica o neurologica. Un evento improvviso stressante, uno spavento, una notizia nefasta inattesa o un’elevata sensibilità nei confronti di particolari oggetti (aghi, sangue, lame ecc.) o situazioni (esecuzione di interventi odontoiatrici o medicazioni, vicinanza o contatto con animali ritenuti raccapriccianti ecc.) possono innescare la cosiddetta “reazione vagale”, ossia un’attivazione del nervo vago che, tra le sue molte funzioni, ha anche quella di modulare la frequenza cardiaca.

L’attivazione vagale in situazioni di stress riduce bruscamente la velocità di contrazione del cuore, da cui dipende la forza con la quale il sangue è spinto nelle arterie e, quindi, la pressione che esso esercita sulle loro pareti. Il risultato, in genere, è uno svenimento improvviso, dovuto principalmente alla diminuzione repentina della pressione arteriosa e dell’afflusso di sangue al cervello.

Benché possa sembrare strano, visto che generalmente a chi ha la pressione bassa si consiglia di mangiare per farla alzare, anche un pasto abbondante e ricco di carboidrati può concludersi con un episodio di ipotensione. In questo caso, l’origine del calo pressorio anomalo è legata alla massiccia secrezione di insulina promossa dagli zuccheri ingeriti e al richiamo di grandi quantità di sangue a livello dell’apparato gastroenterico a supporto della digestione, che viene così sottratto alla circolazione generale.

In questi casi, l’effetto ipotensivo è più marcato se, insieme ai carboidrati (pasta, pane, patate, riso, dolci ecc.) vengono assunti anche vino, birra o superalcolici. L’alcol, infatti, ha di per sé un ben noto e ampiamente collaudato effetto vasodilatante e, dunque, ipotensivo, che va ad aggiungersi alla riduzione del volume di sangue in circolo (ipovolemia) determinata dal pasto, amplificando il calo pressorio.

Fattori che aumentano il rischio di pressione bassa

Oltre a quelli molto comuni già citati, esistono molti altri fattori che possono favorire abbassamenti della pressione arteriosa.

Il primo è l’età: man mano che si invecchia, il sistema di calibrazione della pressione sanguigna diventa via via meno efficiente. Le arterie si irrigidiscono e riescono a compensare meno le variazioni di volume del sangue che scorre al loro interno, i reni iniziano a regolare la diuresi e il riassorbimento dei sali minerali in modo meno preciso, il cuore (anche se sano) inizia a essere un po’ affaticato e a pompare il sangue in circolo con minore convinzione, il livello di stress basale “positivo” si allenta e con esso tutto l’insieme dei meccanismi basati sul cortisolo che contribuisco a far alzare la pressione.

Con l’avanzare dell’età subentrano, poi, pressoché invariabilmente, patologie cardiovascolari, renali, metaboliche e neurologiche che rendono il controllo pressorio molto impreciso, determinando in alcuni casi ipertensione e in altri tendenza alla pressione bassa.

Tra la malattie tipiche dell’anziano che vedono l’ipotensione tra le manifestazioni caratteristiche vanno ricordate: lo scompenso cardiaco, la cardiomiopatia dilatativa, la stenosi dell’aorta, l’insufficienza venosa periferica, la malattia di Parkinson, le disfunzioni del sistema nervoso autonomo (comprendente il già citato nervo vago).

Oltre alle alterazioni organiche intrinseche a queste e altre malattie, a determinare cali pressori possono essere i farmaci utilizzati per contrastarle. Quelli più a rischio in questo senso sono i diuretici (furosemide, idroclorotiazide), i farmaci antipertensivi (in particolare, Ace-inibitori), i vasodilatatori (nitrati), alfa-bloccanti e beta-bloccanti, alcuni antidepressivi (triciclici, IMAO), gli antipsicotici e i barbiturici, i medicinali usati contro la disfunzione erettile e alcuni ipoglicemizzanti (nonché l’ipoglicemia di qualunque origine).

Un’ulteriore condizione frequente nell’anziano, ma che può causare pericolose crisi ipotensive e squilibri organici importanti a ogni età, è la disidratazione, caratterizzata da una riduzione generalizzata del volume dei fluidi corporei e, quindi, anche della volemia.

Condizioni di disidratazione più o meno significative possono essere legate all’abitudine a bere troppo poco rispetto alle esigenze di base dell’organismo (come avviene spesso nei bambini e negli anziani, che percepiscono meno lo stimolo della sete) oppure a un aumento transitorio del fabbisogno di liquidi dovuto a condizioni ambientali (caldo, clima secco ecc.), attività fisica intensa, vomito o diarrea, abuso di lassativi ecc.

Nelle donne in età fertile, condizioni di pressione bassa sono frequenti, sia per ragioni legate all’azione diretta degli ormoni femminili sui vasi sanguigni (di cui regolano il tono e, quindi, il grado di vasocostrizione e vasodilatazione) sia a causa della periodica perdita di sangue con il flusso mestruale (che viene quindi sottratto all’organismo, riducendo la volemia).

La situazione non migliora con la gravidanza. Nei primi tre mesi di gestazione, i cambiamenti ormonali e il riassetto cardiocircolatorio necessario per predisporre l’organismo della donna ad accogliere il feto comportano una modesta riduzione della pressione sanguigna, che può essere ben tollerata o, addirittura, favorevole se la donna era inizialmente normotesa o ipertesa, ma un po’ fastidiosa per chi aveva già la pressione bassa prima del concepimento. Il fenomeno è, comunque, transitorio e regredisce spontaneamente a partire dal 2° trimestre di gravidanza.

Altre cause ormonali di ipotensione sono legate a disturbi della tiroide e delle paratiroidi e a insufficienza della ghiandole surrenali (malattia di Addison), con conseguente ridotta produzione di cortisolo.

Anche perdite di sangue di varia natura (emorragie evidenti o micro-perdite interne più subdole) possono comportare un’analoga riduzione della volemia e, quindi, della pressione arteriosa. Un tipo di perdita di sangue cui è particolarmente importante fare attenzione, soprattutto dopo i 50 anni, è quella che interessa l’apparato gastroenterico (riconoscibile esaminando la presenza di tracce di sangue nelle feci) poiché può essere la spia di una neoplasia intestinale.

Un altro problema ematologico che annovera la pressione bassa tra le proprie manifestazioni è l’anemia di qualunque origine. Forme comuni di anemia sono spesso associate a carenza di ferro e/o folati (in particolare, la vitamina B12). Per assicurarsi un apporto quotidiano corretto del primo è necessario inserire nella dieta cibi come carni rosse e bianche, lenticchie, cioccolato fondente, cacao amaro, tonno e spinaci, preferibilmente aggiungendo alle ricette una fonte di vitamina C (limone, pomodori, peperoni ecc.), che facilita l’assorbimento del ferro. Per fare il pieno di vitamina B12, invece, sono utili cibi come fegato, pesci grassi del mare del Nord (sgombro, aringhe, sardine, tonno, merluzzo) e cereali arricchiti oppure si può ricorrere a integratori mirati (su consiglio del medico).

Come evitare che la pressione scenda troppo

Per evitare i fastidi della pressione bassa e migliorare il livello di benessere, nella maggioranza dei casi è sufficiente adottare alcuni accorgimenti alimentari e di stile di vita e cercare di ridurre al minimo l’impatto dei fattori che possono promuoverne la riduzione, a partire dall’ottimizzazione della cura di eventuali malattie predisponenti.

Sul fronte dell’alimentazione, oltre alla raccomandazione di assumere sufficienti quantità di liquidi in qualsiasi forma (evitando però le bevande alcoliche e quelle molto diuretiche), i principali suggerimenti per far alzare un po’ la pressione arteriosa consistono nell’aumentare leggermente l’assunzione di sodio (usando il comune sale da cucina, eventualmente iodato, ma non le versioni iposodiche), nel consumare adeguate quantità di formaggi stagionati (30-40 g, magari aggiunti nelle ricette con verdure) e carni rosse (100-150 g), nonché frutta e verdura fresche in abbondanza (ricche di liquidi, sali minerali e vitamine).

Un aiuto prezioso per chi ha la tendenza all’ipotensione (e non ha problemi di ritenzione idrica né di carenza di potassio) viene dalla liquirizia, notoriamente in grado di favorire l’innalzamento dei valori pressori stimolando un maggior riassorbimento di sodio da parte dei reni. Posto che l’effetto della liquirizia (sotto forma di tronchetti, caramelle, estratti in gocce, tisane, infusi ecc.) può essere marcato è preferibile ricorre a questo, così come ad altri rimedi naturali, con moderazione, magari dopo aver chiesto l’opinione del medico, soprattutto se si è anziani o si soffre di altre patologie.

Discorso analogo vale per il caffè e le altre bevande (o cibi) che contengono caffeina, teobromina o teofillina, in grado di migliorare il tono vascolare e stimolare la contrazione del cuore, aumentando quindi la pressione arteriosa, seppur transitoriamente. In generale, l’assunzione di un massimo di 3-4 caffè o tè al giorno (o porzioni equivalenti di caffeina in altre bevande) non crea problemi neppure a chi soffre di patologie cardiache non gravi, ma per non sbagliare è sempre preferibile avere l’ok del medico.

L’assunzione di caffè o tè è sicuramente consigliabile al mattino e dopo i pasti, quando la pressione tende a essere più bassa. Un’altra raccomandazione utile per rendere meno problematico il momento del risveglio se si soffre di pressione bassa è alzarsi dal letto molto lentamente, appoggiando i piedi a terra uno per volta e attendendo qualche decina di secondi prima di far forza sulle gambe: servirà a evitare vertigini, perdita di equilibrio e pericolose cadute. Discorso analogo vale quando si deve ritornare in piedi dopo essere stati seduti per più di qualche minuto.

Una vera e propria medicina, tanto in caso di ipotensione quanto di ipertensione, è praticare regolarmente attività fisica. Il movimento aerobico moderato, per almeno 30-60 minuti al giorno, ha un effetto straordinariamente positivo sull’apparato cardiovascolare e muscoloscheletrico. In particolare, chi soffre di ipotensione trae benefici in termini di miglioramento della capacità di lavoro del cuore, mantenimento di un miglior tono vascolare e potenziamento dei muscoli che contribuiscono a stimolare il ritorno del sangue venoso dai piedi e dalle gambe al cuore (“pompa plantare”, polpacci).

Il movimento in stazione eretta e associato a stimoli gravitazionali, inoltre, sollecita i meccanismi di regolazione della pressione sanguigna a livello renale (sistema renina-angiotensina-aldosterone), portandola a valori più vicini alla normalità. Le attività ideali per ottenere tutti questi esiti favorevoli e migliorare il benessere globale sono la corsa, la camminata, la bicicletta, la ginnastica a corpo libero e la danza; il nuoto è altrettanto vantaggioso sul piano cardiocircolatorio e muscolare, ma essendo praticato in posizione orizzontale e con il sostegno dell’acqua non agisce sulla regolazione della pressione ortostatica.

Soltanto nei pazienti con ipotensione più severa e non adeguatamente compensata dalla combinazione di questi interventi, la medicina prevede il ricorso a farmaci in grado di innalzare i valori pressori attraverso diversi meccanismi, come:

- aumento dell’attività delle ghiandole surrenaliche (steroidi come fludrocortisone) o del tono vascolare (vasocostrittori)

- inibizione della diuresi (vasopressina, desmopressina)

- stimolo della produzione di globuli rossi (eritropoietina)

Tutti i possibili rimedi farmacologici per la pressione bassa devono essere prescritti dal medico dopo un’attenta valutazione dell’entità e delle cause dell’ipotensione, dell’età e del quadro clinico generale di chi ne soffre.

Rosanna Feroldi

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