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Ipotiroidismo: sintomi, cause e terapie

La disfunzione tiroidea più comune, l’ipotiroidismo, ha sintomi “aspecifici”, causati dal rallentamento delle funzioni fisiologiche.

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La disfunzione tiroidea più comune, l’ipotiroidismo, ha sintomi “aspecifici”, causati dal rallentamento delle funzioni fisiologiche.

Così piccola, ma così importante. È la tiroide: una ghiandola, del diametro di circa cinque centimetri e un peso tra i 10 e i 50 grammi, che attraverso la produzione di ormoni determina il ritmo del metabolismo, regola la crescita dell’organismo e lo sviluppo del sistema nervoso centrale.

Dal momento che gli ormoni influenzano numerose funzioni fisiologiche (cerebrali, vascolari, riproduttive, respiratorie e responsabili della produzione di globuli rossi) il cattivo funzionamento della tiroide influisce sullo stato di salute dell’individuo provocando un generale rallentamento dei processi metabolici.

Cos’è la tiroide

Situata in corrispondenza del confine tra laringe e trachea, alla base della porzione anteriore del collo, la tiroide è costituita da due lobi simmetrici, collegati tra loro da un piccolo istmo, che le conferiscono la tipica forma “a farfalla”.

L’attività della tiroide avviene sotto il controllo dell’ipofisi. Questa rilascia l’ormone TSH (thyroid-stimulating hormone), necessario a stimolare la ghiandola a produrre gli ormoni tiroidei T3 (triiodiotironina) e T4 (tiroxina), in quantità variabili a seconda della loro concentrazione nel sangue. Quando i livelli si abbassano, il TSH induce la tiroide a liberarne maggiori quantità. Quando invece vi è un eccesso di ormoni tiroidei in circolazione l'ipofisi mette a riposo la ghiandola.

La tiroide produce anche l’ormone calcitonina, utile per il mantenimento della massa ossea e la fissazione del calcio nelle ossa. Livelli di calcitonina superiori alla norma possono essere la spia di una neoplasia a carico della ghiandola, e devono quindi sempre essere indagati.

Attenzione alla carenza di iodio

Gli ormoni tiroidei sono costituiti principalmente da iodio; perché la tiroide funzioni correttamente e ne produca in quantità adeguata, è quindi necessario assumere la giusta quantità di iodio con la dieta. Il fabbisogno giornaliero per un adulto è di 150 microgrammi, per le donne in gravidanza sale a 220. Il contenuto di iodio negli alimenti e nell’acqua è tuttavia molto variabile e spesso troppo scarso rispetto alle necessità dell’organismo.

La carenza di iodio è considerata ancora oggi un problema di salute pubblica, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Secondo i dati del rapporto OSNAMI (Osservatorio Nazionale per il Monitoraggio della Iodioprofilassi in Italia) del 2014, la carenza iodica interessa quasi il 30% della popolazione a livello mondiale e il 12% degli italiani risulta affetto da gozzo. Il corretto apporto di iodio è facilmente raggiungibile sostituendo il comune sale da cucina, del quale viene comunque raccomandato un consumo moderato, con il sale arricchito con iodio.

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Un grammo di sale iodato contiene circa 30 microgrammi di iodio: per raggiungere i 150 microgrammi sarebbe sufficiente assumere quindi cinque grammi di sale al giorno. Va tenuto presente però che la cottura riduce il contenuto di iodio di circa il 50% e che buona parte del sale assunto attraverso la dieta proviene da cibi processati che non contengono sale iodato. Un’alimentazione variata, che preveda anche buone fonti di iodio, come latte e pesce di mare, può assicurare il corretto apporto di questo minerale.

Disfunzioni della tiroide: l’ipotiroidismo

Le alterazioni funzionali della tiroide possono manifestarsi con una produzione di ormoni T3 e T4 in eccesso (ipertiroidismo) o in difetto (ipotiroidismo) rispetto alle necessità dell’organismo.

L’ipotiroidismo è la più frequente alterazione della funzione tiroidea. La gravità della condizione dipende dal grado della carenza ormonale, dalla fase della vita in cui si verifica e dal lasso di tempo che intercorre fra la sua comparsa e la diagnosi. Le donne sono più colpite rispetto agli uomini e diviene più frequente con l’avanzare dell’età. Negli ultrasessantacinquenni la quota di individui con ipotiroidismo manifesto varia tra il 2% e il 5%, mentre un altro 5-10% presenta una forma sublinica.

Nel 95% dei casi l’ipotiroidismo ha origine da una ridotta funzionalità della tiroide stessa (ipotiroidismo primitivo). L’ipotiroidismo secondario, molto più raro, può essere invece provocato da una ridotta stimolazione della tiroide da parte dell’ipofisi, anche a seguito di un malfunzionamento dell’ipotalamo.

La causa più comune di ipotiroidismo è la tiroidite di Hashimoto, una malattia autoimmune caratterizzata dalla presenza di anticorpi, chiamati anti-tireoperossidasi, rivolti verso il principale enzima responsabile della sintesi degli ormoni tiroidei. In pratica questi anticorpi aggrediscono le cellule della tiroide stessa, causandone la progressiva infiammazione e distruzione, riducendone così la funzionalità.

L’ipotiroidismo può essere dovuto anche a cause esterne, come l’asportazione della tiroide, la terapia con iodio radioattivo e l’assunzione di farmaci come l'amiodarone, utilizzato per il trattamento delle aritmie cardiache, o il litio.

In un caso ogni 2.500 nati l’ipotiroidismo è presente dalla nascita (ipotiroidismo congenito) per un alterato sviluppo della ghiandola, la sua totale assenza o la sua localizzazione in una sede diversa da quella normale. In tutti questi casi la carenza di ormoni tiroidei espone il feto a danni al sistema nervoso centrale che si manifestano con forme gravi di ritardo mentale. Non esistono segni e sintomi caratteristici che alla nascita indichino la presenza di ipotiroidismo congenito, per questo da anni viene praticato lo screening neonatale.

A volte l’ipotiroidismo, specie nelle forme gravi, può manifestarsi con la comparsa del gozzo. La tiroide aumenta di volume nel tentativo di compensare la carenza di ormoni tiroidei e si formano piccoli noduli sulla superficie della ghiandola. Quando è di grosse dimensioni, il gozzo può comprimere i tessuti circostanti causando tosse, problemi di deglutizione, difficoltà di respirazione o sensazione di compressione sulla gola. In gravidanza il gozzo può portare ad anomalie nello sviluppo cerebrale del feto. I soggetti affetti da gozzo, inoltre, sono a maggior rischio di sviluppare un tumore della tiroide.

Sintomi dell’ipotiroidismo

La riduzione della concentrazione degli ormoni tiroidei nel sangue provoca un rallentamento delle funzioni fisiologiche, con minor consumo di energia, minor ricambio cellulare, riduzione del trasporto di ossigeno nelle cellule. I sintomi dell’ipotiroidismo sono legati a un generale rallentamento dei processi fisiologici, ma per la loro natura aspecifica non sono sempre immediatamente riconducibili a questa condizione. I primi segnali dovrebbero essere rilevati dal medico di famiglia, ma è poi lo specialista endocrinologo a fare la diagnosi e avviare la cura.

Tra i sintomi più comuni si riscontrano gonfiore del viso e delle palpebre, pelle fredda e secca, perdita dei capelli che diventano anche più fragili. Dal punto di vista cognitivo possono comparire difficoltà di concentrazione e di memoria, lentezza nel parlare. A livello cardiocircolatorio, rallentamento della frequenza cardiaca, ipotensione, possibile alterazione dei valori di colesterolo e trigliceridi. Altre possibili manifestazioni sono stanchezza, depressione, debolezza muscolare, aumento di peso, scarsa sudorazione e sensazione di freddo. Nelle donne possono verificarsi alterazioni del ciclo mestruale.

Iter diagnostico

La diagnosi di ipotiroidismo si basa:

  • sull’anamnesi del paziente
  • su una visita che preveda la palpazione della tiroide per rilevare la presenza di gozzo ed eventuali noduli
  • sul dosaggio degli ormoni FT3, FT4 e TSH.

Se il TSH è ridotto, significa che la ghiandola sta funzionando troppo; al contrario, se presenta valori elevati la tiroide sta lavorando troppo poco. Nell’ipotiroidismo conclamato, a un valore di TSH superiore alla norma si associano valori bassi di FT3 e di FT4. Quando invece questi rientrano nella norma, nonostante un valore eccessivo di TSH, si tratta di ipotiroidismo subclinico, nel quale cioè non sono ancora comparsi segni e sintomi evidenti.

Il percorso di diagnosi è completato da esami strumentali, il più comune e utilizzato dei quali è l’ecografia. Questa permette di valutare la struttura della tiroide, definirne forma e dimensioni e identificare eventuali noduli e cisti. Inoltre, nella valutazione dovrebbe essere considerata anche la misurazione della pressione arteriosa, la frequenza dei battiti cardiaci, l’aspetto della pelle. Infine, per stabilire l’origine autoimmune della disfunzione, viene generalmente prescritto anche il test per la ricerca degli autoanticorpi.

Terapia

L’ipotiroidismo è una patologia cronica e irreversibile, ma facilmente curabile grazie all’assunzione per via orale dell’ormone tiroideo, una terapia sostitutiva da seguire scrupolosamente per tutta la durata della vita. In passato veniva somministrata la tiroide secca, oggi i farmaci utilizzati sono a base di tiroxina e di triiodiotironina.

Il dosaggio varia in base al peso del paziente, ma viene messo a punto in modo graduale, iniziando con una dose inferiore a quella necessaria e aumentandola progressivamente. In questa fase è importante che il paziente rilevi eventuali sintomi derivanti dall’effetto degli ormoni tiroidei. Se compaiono ansia, tachicardia e diarrea potrebbe essere opportuno ridurre la dose; se continuano a essere presenti solo i tipici sintomi dell’ipotiroidismo il medico potrà invece procedere ad aumentarla. Dato che si tratta di una terapia cronica, la funzione tiroidea dovrebbe essere tenuta sotto controllo attraverso periodici esami del sangue.

Dal punto di vista pratico, è importante che i farmaci siano assunti al mattino a digiuno. È inoltre necessario aspettare almeno 40 minuti prima di fare colazione; alcuni cibi, infatti, influiscono sull’assorbimento del principio attivo. Tra questi sono particolarmente a rischio di ostacolare, ritardare o rallentare la disponibilità di tiroxina il caffè, la soia il pompelmo e il latte. Anche i cereali, specialmente se integrali, rallentano l’assorbimento del farmaco a livello intestinale a causa del loro alto contenuto di fibre.

Anche alcuni farmaci di uso comune riducono l’efficacia della terapia sostituiva. Si tratta degli inibitori della pompa protonica per il trattamento della gastrite, quelli per il reflusso gastroesofageo, gli anticoagulanti e i farmaci contenenti alluminio.

Stefania Cifani

CONSULTA L’ARCHIVIO DI DISTURBI E PATOLOGIE
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