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Iodio

Lo iodio è essenziale per il funzionamento della tiroide. Se è carente, la tiroide si ingrossa e compare il gozzo.

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Iodio gamberi crostacei

Lo iodio è essenziale per il funzionamento della tiroide. Se è carente, la tiroide si ingrossa e compare il gozzo.

Lo iodio è un micronutriente essenziale per il corretto funzionamento della tiroide e la sintesi degli ormoni tiroidei, ossia la triiodotironina, (T3) e la tiroxina (T4), che contengono rispettivamente 3 e 4 atomi di iodio nella loro molecola.

Gli ormoni tiroidei sono fondamentali per moltissime funzioni metaboliche che coinvolgono diversi organi e apparati, in tutte le fasi della vita, a partire da quella intrauterina.

Un insufficiente apporto di iodio al feto in via di sviluppo, a causa di un’inadeguata assunzione da parte della donna in gravidanza, ha effetti drammatici soprattutto sul sistema nervoso centrale, portando a situazioni di grave ritardo mentale (cretinismo), nonché disturbi e deficit metabolici di vario tipo.

Più avanti, la carenza o insufficienza iodica può avere effetti più o meno rilevanti a livello cardiovascolare, neurologico e muscoloscheletrico, risultando anche all’origine della maggior parte delle patologie tiroidee, prima tra tutte il gozzo (la ben nota tumefazione che compare nella zona anteriore e centrale del collo, a causa dell’ingrossamento della ghiandola).

Soddisfare il fabbisogno iodico quotidiano dovrebbe, quindi, essere una priorità nutrizionale per tutti, a prescindere dall’età e dalla presenza di altre malattie. Eppure l’attenzione che la maggior parte delle persone continua a riservare a questo elemento resta abbastanza bassa, con il risultato che, nonostante numerose campagne di sensibilizzazione e iniziative governative, sono ancora molti i danni da carenza o insufficienza iodica riscontrabili, non soltanto in aree lontane dal mare o caratterizzate da bassi standard di nutrizione, ma anche nei Paesi occidentali, Italia compresa.

Che cos’è, come assumerlo

Lo iodio è un componente fondamentale di diversi minerali. Si trova in piccole quantità nelle acque marine sotto forma di ioduro (ione carico negativamente) ed è abbondante in alcuni depositi salini, in questo caso in forma di iodato di sodio.

La principale fonte di iodio naturale accessibile all’uomo è rappresentata dagli alimenti, il cui contenuto può dipendere dalle caratteristiche del terreno in cui sono coltivati (verdura e frutta), dalla fortificazione con iodio dei mangimi per la nutrizione di animali destinati all’alimentazione (latte e derivati, carni), dall’ambiente in cui vivono pesci marini, crostacei e mitili (pescati o d’allevamento).

I cibi naturalmente caratterizzati da un più elevato contenuto di iodio e in grado di assicurarne un apporto maggiore in relazione alle quantità mediamente consumate con la dieta sono il pesce e i prodotti ittici derivati, i latticini e il latte (quest’ultimo principale fonte di iodio per i neonati e nei primi anni di vita).

I pesci e i molluschi contengono in media 10-140 microgrammi (µg) ogni 100 g, il latte e i suoi derivati 15-60 µg/100 g, le uova 50 µg/100 g, la carne e i cereali 5-30 µg/100 g.

Anche le alghe marine, il cui consumo si è molto diffuso negli ultimi anni, sono un’importante fonte di iodio: il contenuto di questo elemento può superare i 200-250 µg per 1 g nelle specie che ne sono più ricche. Per questa ragione, le alghe marine vanno assunte in quantità molto piccole e il consumo di varianti come Fucus, Kelp e Kombu è sconsigliato a chi soffre di ipertiroidismo (dovuto all’eccessivo funzionamento della ghiandola) o di tiroidite di Hashimoto (malattia autoimmune della tiroide, molto diffusa soprattutto tra le donne dopo i 35-40 anni).

A determinare l’effettivo apporto dietetico di iodio contribuisce anche la modalità di preparazione dei cibi: la frittura e la cottura alla griglia sono quelle più “rispettose”, sottraendo rispettivamente il 20% e il 23% del contenuto di iodio iniziale dell’alimento crudo, mentre la bollitura arriva a prelevarne ben il 58%, impoverendo molto piatti a base di vegetali e pesci, a meno di utilizzare anche il brodo.

La quantità di iodio assunta con gli alimenti è, inoltre, legata al contenuto di questo elemento in fertilizzanti, mangimi, prodotti per l’irrigazione, iodofori (composti presenti nei disinfettanti utilizzati per pulire le tettarelle con cui viene estratto il latte negli allevamenti) ed eritrosina (un colorante, l’E127, addizionato a caramelle, farmaci e alcuni cibi industriali).

Altre fonti minori di iodio comprendono le compresse utilizzate per la depurazione dell’acqua, i mezzi di contrasto impiegati in radiologia e alcuni farmaci (per esempio, l’amiodarone, principio attivo usato per trattare la fibrillazione atriale).

Assorbimento e metabolismo dello iodio

Lo iodio alimentare viene assorbito dall’intestino in una quota mediamente superiore al 90% del totale ingerito. In condizioni di adeguato apporto alimentare, l’organismo contiene circa 15-20 mg di iodio soprattutto in forma organica, di cui la maggior parte è concentrata nella tiroide dove è utilizzato per la produzione degli ormoni tiroidei. Il restante si trova nei tessuti. L’eliminazione è quasi interamente urinaria.

In base alle stime e alle raccomandazioni ufficiali, il fabbisogno quotidiano di iodio dell’organismo adulto (maschile e femminile) è di circa 150 µg/die e sale a 200 µg/die nella donna in gravidanza e durante l’allattamento. Al lattante bastano 70 µg/die di iodio nel primo anno di vita, mentre il fabbisogno cresce progressivamente a 100 µg/die tra 1 e 10 anni, a 130 µg/die durante l’adolescenza.

Per soddisfare le esigenze metaboliche di iodio, oltre a scegliere alimenti che ne contengono quantità più elevate e a cucinarli in modo da preservarne il contenuto, è opportuno fare attenzione ai cibi che possono interferire con il suo trasporto all’interno della tiroide, come per esempio le rape, i broccoli, i cavoli, il rafano, la soia, gli spinaci, i semi di colza e alcuni additivi alimentari. In condizioni di apporto iodico adeguato, un consumo “medio” di questi alimenti “interferenti” non crea problemi, mentre può essere controindicato in presenza di patologie tiroidee o stati di carenza iodica.

Inoltre, va ricordato che la presenza di deficit di altri micronutrienti essenziali, come il selenio, esaspera lo stato di carenza iodica poiché è coinvolto nel metabolismo degli ormoni tiroidei.

La probabilità di assumere troppo iodio e di andare incontro a danni da tossicità cronica è invece remota. Secondo i LARN il limite di assunzione per lo iodio è di 600 mg per l’adulto.

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Soddisfare il fabbisogno di iodio con l’alimentazione

I dati epidemiologici e l’esperienza clinica indicano chiaramente che lo iodio assunto con i comuni alimenti non è generalmente sufficiente a soddisfare il fabbisogno quotidiano, necessario al mantenimento della normale attività della tiroide.

Benché l’apporto iodico medio della popolazione italiana sia notevolmente migliorato negli ultimi anni, il nostro Paese resta un’area di parziale iodo-insufficienza. A provarlo è la persistenza del gozzo in circa il 10% della popolazione.

Attualmente, il modo più semplice, efficace ed economico per prevenire e correggere i disordini da carenza iodica consiste nell’utilizzare regolarmente sale fortificato con iodio (disponibile come ioduro di potassio, KI, o come iodato di potassio, KIO3) al posto del comune sale da cucina (cloruro di sodio, NaCl). L’importanza di questa misura preventiva è tale che la vendita di sale iodato in Italia è stata resa obbligatoria con la legge n. 55/2005, “Disposizioni finalizzate alla prevenzione del gozzo endemico e di altre patologie da carenza iodica”.

In base a questa legge, il sale iodato reperibile nei comuni canali di vendita (negozi al dettaglio, grande distribuzione, farmacie e parafarmacie, negozi di prodotti nutrizionali speciali ecc.) deve contenere almeno 30 mg di iodio per ogni kg di sale da cucina.

Va sottolineato che l’invito a consumare sale iodato per assicurare il corretto funzionamento della tiroide non è in contrasto con la raccomandazione di contenere l’uso di sale nell’ottica di ridurre il rischio di ipertensione e altre malattie cardiovascolari. Consumi di sale iodato in linea con l’indicazione di non superare i 5 g/die di sale negli adulti e i 2-3 g/die nei bambini permettono, infatti, di garantire un apporto iodico superiore a 150 µg/die negli adulti e a 100-125 µg/die nei bambini.

Nei bambini, 2-3 g/die di sale iodato sono sufficienti per garantire un apporto ottimale di iodio in considerazione del maggior consumo di latte tipico di questa fascia d’età: assumere 200 ml di latte al giorno permette, infatti, di soddisfare circa il 30% del fabbisogno quotidiano di iodio nell’infanzia, grazie all’elevata quantità di questo elemento presente nei mangimi somministrati al bestiame.

Un altro importante contributo per garantire un adeguato apporto iodico in tutte le fasce d’età viene dai vegetali arricchiti con iodio, come patate e carote. L’arricchimento può aumentare fino a dieci volte il contenuto di iodio dei vegetali (da 2-3 a 20-30 µg per 100 grammi di alimento) e il loro consumo regolare in sostituzione delle versioni non arricchite può far aumentare del 20% la ioduria (concentrazione di iodio nelle urine, utilizzata come parametro per valutarne l’apporto).

Strategie alternative di supplementazione con iodio, sperimentate con successo variabile in diverse parti del mondo e meno sfruttate, comprendono la somministrazione di olio iodato per via orale o sottocutanea, la iodazione delle acque (messa in atto in Cina), l’aggiunta di iodio al pane o di ioduro ai cioccolatini (per invogliare maggiormente i bambini). Tra le esperienze italiane, merita di essere citata la supplementazione iodica tramite iniezione sottocutanea effettuata in ovini di allevamenti abruzzesi che, oltre ad aumentare la concentrazione di iodio nelle carni, ha determinato un miglioramento della fertilità degli animali.

Iodio e integratori alimentari

Come pressoché tutti i micronutrienti essenziali o utili, ma presenti in quantità modeste nella dieta comune, lo iodio può essere assunto anche attraverso integratori alimentari che, generalmente, prendono la forma delle già citate alghe marine (considerate a tutti gli effetti integratori naturali di iodio) oppure di preparati multivitaminici e multi-minerali con composizione variabile.

A riguardo, va precisato che, secondo quanto stabilito dal Ministero della salute, per potersi definire “integratore alimentare”, un prodotto deve assicurare un apporto minimo del composto attivo di interesse con la dose di assunzione giornaliera indicata in etichetta non inferiore al 15% della dose giornaliera raccomandata (RDA).

Per alcuni dei componenti di un integratore alimentare sono previsti anche contenuti massimi, stabiliti per garantirne un consumo sicuro ed evitare il rischio di sovradosaggio, nel contesto di un regime dietetico medio. Nel caso dello iodio, il limite superiore previsto per dose giornaliera di integratore è di 225 µg: quindi, un qualunque preparato multivitaminico non potrà contenerne in quantità maggiore a questa.

Una regola semplice per evitare il seppur remoto rischio di assumere una quantità eccessiva di iodio consiste nel non usare sale iodato nei periodi di assunzione di integratori multivitaminici contenenti anche iodio o soprattutto se si consumano regolarmente alghe marine (per esempio, aggiunte a insalate, zuppe o piatti orientali). In sostanza, integrare lo iodio è importante e raccomandato, ma non si devono sommare troppe supplementazioni in una volta sola.

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