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Proteina C reattiva

La sua concentrazione nel sangue è utile per valutare l’entità di uno stato infiammatorio, ma si tratta di un indicatore diagnostico non specifico.

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La sua concentrazione nel sangue è utile per valutare l’entità di uno stato infiammatorio, ma si tratta di un indicatore diagnostico non specifico.

Che cos’è

Scoperta nel 1930 nel plasma di pazienti affetti da polmonite batterica e considerata inizialmente un composto patogeno proprio per la sua associazione con l’infezione da Streptococco pneumoniae, la proteina C reattiva si è poi rivelata invece uno strumento di difesa dell’organismo, che riveste un ruolo fondamentale nella reazione immunitaria contro i microrganismi in generale e non solo.

In particolare, la proteina C reattiva fa parte di quel gruppo di molecole dette “proteine di fase acuta”, che vengono sintetizzate nell’organismo ed entrano nel circolo sanguigno in prima battuta durante processi infiammatori di varia origine.

La sua concentrazione nel sangue, che aumenta rapidamente in risposta a infezioni provocate da batteri, funghi, virus, protozoi o elminti oppure in concomitanza con processi patologici di altra natura, rappresenta quindi la spia di un’infiammazione in atto. Si tratta però di un indicatore non specifico, ma che può essere comunque utile per valutare l’entità dello stato infiammatorio e la sua evoluzione nel tempo.

Come funziona

La proteina C reattiva svolge la sua azione difensiva favorendo l’eliminazione di quanto può essere nocivo per l’organismo, che siano germi patogeni, corpi estranei, tessuti danneggiati o componenti cellulari alterate.

La sua produzione, che ha luogo principalmente a livello del fegato, si attiva per effetto di alcune sostanze (citochine) che vengono rilasciate dalle cellule immunitarie durante la reazione infiammatoria.

Allorché viene in contatto con gli agenti estranei che hanno scatenato la risposta immunitaria, la proteina C reattiva si lega ai particolari composti chimici che ne caratterizzano la struttura (per esempio gli zuccheri presenti sulla superficie di svariati microrganismi, i lipidi delle membrane cellulari o le proteine nucleari associate al materiale genetico) e in questo modo li rende più vulnerabili all’azione distruttiva di altre proteine difensive presenti in circolo (nella fattispecie i fattori del cosiddetto “sistema del complemento”) e delle cellule fagocitarie, specializzate nell’inglobare, digerire e smaltire le sostanze dannose.

In seguito all’innesco dei meccanismi di difesa immunitaria e della reazione infiammatoria connessa, il livello della proteina C reattiva nel sangue, normalmente molto basso, sale in tempi rapidissimi (poche ore), raggiungendo il picco massimo in due giorni. I valori che si riscontrano in questa fase acuta e successivamente dipendono dalla gravità del processo patologico che ha indotto la produzione della proteina e dalla sua evoluzione.

Il suo significato diagnostico

Come già accennato l’aumento della concentrazione di proteina C reattiva nel sangue è quasi sempre il segnale di un evento patologico in corso, ma di per sé non dà alcuna indicazione diagnostica precisa.

L’evento sottostante potrebbe essere da ricercare tra le seguenti possibilità:

- infezioni batteriche, virali, micotiche o parassitosi (da protozoi o elminti), localizzate (focolai) oppure sistemiche (sepsi o setticemia)

- traumi

- ustioni

- malattie autoimmuni (per esempio artrite reumatoide, lupus eritematoso sistemico)

- patologie infiammatorie intestinali (per esempio malattia di Chron, rettocolite ulcerosa)

- alterazioni infiammatorie conseguenti a disordini metabolici (per esempio gotta, diabete)

- neoplasie

- danni tissutali di origine ischemica (infarto miocardico, ictus)

- fenomeni infiammatori associati a interventi chirurgici.

Le infezioni o le malattie non infettive che causano innalzamento della proteina C reattiva possono essere localizzate a livello di qualsiasi tessuto, organo o apparato, dalla pelle al sistema nervoso centrale.

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Allo stesso modo, un aumento della proteina C reattiva, dal momento che può essere associato a tante condizioni patologiche diverse, non è mai accompagnato da sintomi tipici: i disturbi più comuni in presenza di uno stato infiammatorio sono sicuramente il dolore e la febbre, ma a seconda della malattia di base anche questi possono sussistere o meno o essere di entità molto variabile.

Il fatto che il dosaggio della proteina C reattiva nel sangue possa fornire solo un indizio generico di malattia non ne limita tuttavia l’utilità clinica: una volta che il medico, attraverso le indagini suggerite dagli altri elementi del quadro sintomatico, sia pervenuto alla diagnosi del processo patologico che causa l’incremento della proteina, può ricorrere al suo monitoraggio per valutare l’andamento della malattia di base e, parallelamente, l’efficacia del trattamento prescritto.

Pertanto, sebbene l’interpretazione dei valori plasmatici della proteina C reattiva sia complessa e non possa prescindere dalle informazioni complementari ottenute con altri esami, un suo aumento rappresenta sicuramente un campanello di allarme, mentre la sua diminuzione in corso di malattia è in genere segno di una progressione verso il miglioramento.

Al di là delle numerose condizioni patologiche citate, vi sono alcuni fattori fisiologici o comunque non associati a uno stato di malattia che possono influenzare i livelli della proteina nel sangue: per esempio, i valori basali tendono a essere più alti in epoca neonatale nelle prime ore di vita, in età avanzata, negli ultimi mesi della gravidanza e nei soggetti obesi e possono essere alterati in concomitanza con l’assunzione di certi farmaci (alcuni antinfiammatori, gli anticoncezionali, le statine ipocolesterolemizzanti, ecc.).

Al contrario, la concentrazione della proteina C reattiva può rimanere bassa nonostante la presenza di uno stato infiammatorio in atto nei pazienti con insufficienza epatica, poiché in questi casi il fegato non è più in grado di sintetizzarla.

Proteina C reattiva e VES a confronto

Per quanto aspecifica, la proteina C reattiva è un parametro più sensibile dell’altro indice infiammatorio tradizionalmente misurato nel sangue, noto come VES o velocità di eritrosedimentazione, che rappresenta la velocità con cui i globuli rossi si separano dal plasma depositandosi sul fondo della provetta.

I due esami possono avere indicazioni diverse, ma possono anche rivestire ruoli complementari sia tra loro sia rispetto ad altre indagini diagnostiche.

La proteina C reattiva rispecchia però in modo più accurato la fase acuta dell’infiammazione poiché i suoi livelli plasmatici aumentano più tempestivamente (in poche ore, come già visto) dei valori della VES (che salgono dopo 4-7 giorni dall’esordio della malattia) e diminuiscono più rapidamente in risposta alla terapia e in base alla guarigione o al miglioramento della patologia di base.

In chirurgia, per esempio, il livello della proteina C reattiva è molto utile per seguire l’andamento del decorso post-operatorio: in condizioni normali il suo valore subisce un rialzo entro 2-6 ore dall’intervento e si normalizza entro la terza-quinta giornata, quindi un suo aumento che perduri più a lungo deve far sospettare una complicanza infettiva.

L’interpretazione dell’esame nelle altre situazioni in cui sia in atto un processo infiammatorio acuto o cronico si basa di volta in volta sui valori riscontrati, che in linea di massima sono proporzionali alla gravità dello stato patologico, e sulla loro variazione nel tempo.

Basta un semplice prelievo di sangue

Il dosaggio della proteina C reattiva è una semplice analisi di laboratorio, che viene effettuata con un prelievo di sangue. A essere analizzato è in particolare il siero, cioè la parte liquida del sangue ottenuta dopo aver eliminato la componente cellulare (globuli rossi, globuli bianchi e piastrine) e i fattori della coagulazione.

L’esame non richiede particolare preparazione a parte il consueto digiuno di 8-10 ore e, su richiesta di alcuni laboratori, il mantenimento della posizione eretta per almeno 30 minuti.

I valori normali, cioè quelli che si rilevano in assenza di processi infiammatori, vanno da 0 a 6 mg/L (oppure 0,00-0,60 mg/100 ml).

In condizioni patologiche possono aumentare considerevolmente, a seconda dell’entità e dell’estensione dell’infiammazione. L’ordine di grandezza dei valori riscontrati può dare un’idea dell’intensità della malattia sottostante e suggerire gli approfondimenti da effettuare per diagnosticarla.

In generale valori compresi tra 6 e 10 mg/L possono essere indice di uno stato infiammatorio non acuto, come si può verificare negli stadi non attivi di una malattia cronica, mentre valori compresi tra 10 e 100 mg/L possono significare che è in corso un’infiammazione acuta ma di grado lieve o moderato e valori superiori a 100 mg/L che il processo è invece intenso ed esteso.

Nel caso delle infezioni, tuttavia, l’entità dell’innalzamento della proteina C reattiva è influenzata anche dalla causa specifica: le infezioni di origine virale si associano in genere a valori più bassi di quelli che accompagnano le infezioni batteriche. Inoltre, anche tra quelle batteriche vi possono essere risultati differenti a seconda del tipo di germe in causa, oltre che della sede del focolaio infettivo.

Proteina C reattiva e rischio cardiovascolare

Un discorso a parte merita il rapporto tra i livelli sierici di proteina C reattiva e il rischio cardiovascolare, che è oggetto di indagine delle ricerche più recenti.

Il riscontro di valori basali più alti del normale in soggetti che presentano i classici segni della cosiddetta sindrome metabolica (glicemia alta, insulino-resistenza, alti livelli di colesterolo e di trigliceridi, obesità, ipertensione), suggerisce la possibilità che il dosaggio della proteina C reattiva possa rivelarsi utile, nell’ottica della medicina preventiva, come indicatore del rischio di infarto del miocardio o ictus.

A spiegare l’aumento della proteina C reattiva in tale condizione clinica sarebbero le alterazioni delle pareti vascolari di tipo aterosclerotico, a livello delle quali si innescano processi infiammatori.

Poiché in questi casi l’incremento della proteina C reattiva è inferiore a quello che si riscontra in concomitanza con infezioni e malattie infiammatorie, negli ultimi anni stato messo a punto un test “ad alta sensibilità” (HS-CRP, High Sensivity C-reactive protein) capace di dosarla accuratamente in un intervallo compreso tra 0,5 e 15 mg/L. Secondo alcuni studi livelli basali superiori a 2,4 mg/L comporterebbero un rischio cardiovascolare due volte maggiore rispetto a quello associato a valori inferiori a 1 mg/L.

Essendo tuttavia un indice aspecifico di infiammazione, l’affidabilità della proteina C reattiva come screening della salute del cuore e dell’apparato circolatorio è ancora discussa e, in ogni caso, ne è raccomandato l’utilizzo solo in combinazione con gli altri esami ematochimici che risultano alterati nella sindrome metabolica (colesterolo totale e HDL, apolipoproteine B e A1, omocisteina, trigliceridi, glicemia, ecc) e che possono, nell’insieme, fornire indicazioni per la prevenzione di eventi acuti cardiovascolari (attraverso cure specifiche e interventi sull’alimentazione e sullo stile di vita).

Analoghe considerazioni possono essere fatte riguardo all’utilizzo del test come marcatore tumorale: essendo la patologia neoplastica spesso associata all’attivazione di processi infiammatori, nei soggetti affetti da alcuni tipi di cancro si riscontra in genere un rialzo dei livelli basali della proteina, di entità simile a quelli tipici della malattia cardiovascolare. L’esame può quindi rivelarsi utile anche in campo oncologico, ai fini della diagnosi precoce di tumore, ma solo se accompagnato dalle indagini specifiche suggerite dal quadro clinico complessivo.

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