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Ernia iatale: cause, sintomi e terapie

Può essere silente oppure associarsi ai sintomi del reflusso gastroesofageo. Modifiche allo stile di vita, farmaci e chirurgia possono risolverla.

Ico tempolettura 4d4ceff10709fc567a3b0d04cf7fe5fe311c0b603cdcdde16d5fa93daf9467a7 Tempo di lettura: 11 minuti

Può essere silente oppure associarsi ai sintomi del reflusso gastroesofageo. Modifiche allo stile di vita, farmaci e chirurgia possono risolverla.

L’ernia iatale è una patologia che colpisce lo stomaco; secondo le stime, interessa circa un italiano su dieci e si manifesta più spesso con l’avanzare dell’età.

Consiste nella migrazione di una porzione dello stomaco dall’addome al torace attraverso un foro naturalmente presente nel diaframma, chiamato iato diaframmatico esofageo (o più semplicemente iato esofageo).

Tale condizione può essere del tutto asintomatica oppure può dare alcuni disturbi, per lo più gastrici o, a volte, anche di tipo cardiaco. Quando dà problemi di salute va inevitabilmente affrontata: le opzioni non mancano.

Non una sola ernia iatale

Si riconoscono sostanzialmente tre diversi tipi di ernia iatale. «La prima forma, più frequente e comune (riguarda circa il 90 per cento dei casi), è la cosiddetta ernia da scivolamento, che consiste nel passaggio del punto di collegamento tra esofago e stomaco e di una parte di quest’ultimo nella cavità toracica attraverso lo iato esofageo» spiega Luca Pecchioli, gastroenterologo, responsabile del servizio di endoscopia digestiva dell’Istituto neurotraumatologico italiano di Grottaferrata (Roma).

In condizioni normali l’esofago, che si trova in gran parte nella cavità toracica, supera il diaframma (che fa da spartiacque tra addome e torace) passando attraverso lo iato esofageo e subito dopo si collega allo stomaco, che è invece completamente posizionato nella cavità addominale. Quando il punto di collegamento gastro-esofageo viene spinto a risalire attraverso lo iato portando con sé una parte di stomaco, si parla appunto di ernia da scivolamento.

Tale condizione non è stabile e lo stomaco tende a tornare autonomamente nella sua posizione naturale per poi andare incontro nuovamente a ernia: «Lo scivolamento ripetuto può favorire nel tempo lo sfiancamento del cardias (la valvola che normalmente impedisce che il materiale gastrico acido refluisca nel condotto esofageo) cosa che favorisce la comparsa di un reflusso gastroesofageo associato all’ernia» spiega il gastroenterologo.

Nel 5 per cento di casi, l’ernia iatale è paraesofagea: «In questo caso il punto di collegamento tra stomaco ed esofago e il cardias restano nella cavità addominale, mentre a spostarsi attraverso lo iato è solo una parte dello stomaco (il fondo gastrico), in seguito a una rotazione dello stesso» continua Pecchioli. A differenza della precedente, questa ernia è stabile e, quindi, non si associa a indebolimento del cardias, ma la parte dello stomaco che ernia può andare incontro a compressione.

«Ancora più rara, infine, è l’ernia iatale dovuta a un difetto congenito dell’esofago, che risulta più corto del normale» aggiunge l’esperto.

I fattori di rischio

Perché si verifichi un’ernia iatale, le pareti dello iato esofageo devono perdere tono. «Questo è normalmente favorito da tutte quelle condizioni che determinano un aumento della pressione addominale, come lo svolgimento di sforzi fisici intensi (per esempio la pratica del body building e del sollevamento pesi) oppure prolungati problemi di stitichezza (lo sforzo per defecare contribuisce ad aumentare la pressione), forme di tosse cronica (anche dovute all’abitudine al fumo) o, ancora, traumi addominali (per esempio conseguenza di incidenti)» spiega Pecchioli.

Anche la gravidanza rappresenta un fattore di rischio, perché la presenza del feto contribuisce a modificare la pressione intra-addominale. Anche l’obesità predispone all’ernia iatale: il grasso viscerale, infatti, finisce per premere sulle strutture coinvolte. «Pazienti a lungo in sovrappeso possono avere problemi di ernia anche dopo un’importante dieta dimagrante, perché viene a mancare l’azione in un certo modo contenitiva del grasso sullo iato esofageo ormai indebolito» aggiunge l’esperto.

«Non bisogna dimenticare, inoltre, che può esserci una lassità del tessuto connettivo dello iato esofageo congenita o che si manifesta come conseguenza del naturale processo di invecchiamento dell’organismo».

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La sintomatologia

In circa un caso su due l’ernia iatale è silente, tanto che i soggetti ci convivono per gran parte della vita inconsapevolmente, scoprendola solo durante esami di controllo effettuati per altri motivi.

«Negli altri casi, invece, è associata ad alcuni sintomi. Uno dei più comuni, di tipo gastrico, è la tendenza a eruttazioni frequenti, spesso scambiate per una normale difficoltà di digestione. Inoltre, quando l’ernia si distende, in genere dopo i pasti, può arrivare a sfiorare il ventricolo destro, attivando così delle extrasistole, cioè delle palpitazioni» spiega lo specialista.

Spesso, poi, i sintomi associati all’ernia iatale sono quelli derivanti da un concomitante reflusso gastroesofageo, a sua volta conseguenza, nella maggior parte dei casi, di un’incontinenza del cardias:

- bruciore (che si avverte in genere dopo i pasti, soprattutto se ci si sdraia o se ci si piega in avanti, per esempio per allacciare le scarpe), che dalla parte finale dell’esofago può risalire dietro lo sterno fino alla gola

- rigurgito e sensazione di liquido in bocca, accompagnata da sapore acido o amaro (a cui in alcuni casi si possono aggiungere conati di vomito o tracce di sangue nella saliva) e salivazione eccessiva

- dolore toracico trafittivo che può essere scambiato per il sintomo di un infarto.

Il reflusso è spesso accompagnato da disturbi respiratori, come asma, bronchite e tosse croniche e da problemi alle prime vie aeree, come laringiti, raucedini, gengiviti, alitosi. «Col tempo può svilupparsi un’esofagite da reflusso, cioè un’infiammazione della mucosa di quel tratto digerente, causata dal materiale che risale dallo stomaco» aggiunge Pecchioli. «Inoltre, sempre in relazione all’erosione dell’acido, può comparire una malattia, nota col nome di esofago di Barrett, per cui le cellule della mucosa danneggiate tendono a essere sostituite, favorendo la formazione di forme tumorali esofagee».

La diagnosi

L’ernia iatale può essere individuata attraverso una semplice radiografia dell’apparato digerente superiore o con una gastroscopia.

«Se all’ernia si associano i sintomi del reflusso, è opportuno effettuare anche una ph-metria e una manometria» ricorda lo specialista.

La prima misura il pH, cioè il livello di acidità dell’esofago e, in pratica, quantifica il grado di reflusso da cui si è colpiti. La persona si presenta a digiuno dal medico che inserisce una piccola sonda, dalla narice all’esofago, collegata a un apparecchio da portare a tracolla, che registra le misurazioni: solitamente dura 24 ore, per permettere una misurazione dei cambiamenti di acidità che si verificano nel corso della giornata. In questo modo è possibile anche sapere quanti episodi di reflusso capitano nell’arco della misurazione.

La manometria, invece, serve per misurare la pressione e l'attività dei muscoli della valvola cardias e per quantificare quindi l’eventuale incontinenza valvolare: dura circa 40 minuti, durante i quali il medico inserisce un piccolo tubo dal naso fino allo stomaco e lo ritira lentamente lungo tutto l’esofago. Il tubo è collegato a un apparecchio che registra le contrazioni muscolari.

Come si cura

Se l’ernia è asintomatica, anche una volta che è stata individuata, non occorre eseguire alcun trattamento. In caso contrario, è necessario invece intervenire.

Quando i sintomi sono lievi, i rimedi consistono essenzialmente in alcune regole di stile di vita e di alimentazione, che sono le stesse consigliate a chi soffre di solo reflusso gastroesofageo, anche in assenza di ernia iatale:

- smettere di fumare (la nicotina contribuisce a rilassare la muscolatura del cardias)

- evitare di sdraiarsi subito dopo i pasti

- coricarsi con la testa del letto rialzata di una decina di centimetri

- evitare di assumere alimenti o bevande che contribuiscono a peggiorare il reflusso, come cioccolato, menta, alcolici, cibi grassi, bibite gassate.

Meglio, inoltre, evitare anche tutte quelle azioni che aumentano la pressione all’interno dell’addome, sfiancando il cardias: non bisogna quindi indossare abiti stretti in vita, sollevare oggetti pesanti ed effettuare brusche flessioni del busto; sono sconsigliate anche quelle attività sportive che favoriscono il reflusso come il sollevamento pesi e il body building. Può essere utile anche seguire un’alimentazione ricca di fibre e acqua, che allontani il rischio di stipsi.

Il medico può anche prescrivere farmaci specifici per tenere a bada il reflusso. «In genere vengono prescritti inibitori di pompa protonica (come per esempio l’esomeprazolo, l’omeprazolo, il pantoprazolo, il lansoprazolo e il rabeprazolo). Si tratta di farmaci antisecretivi, che servono cioè per ridurre la produzione gastrica di acido, il più importante agente lesivo contenuto nel materiale refluito.

«La terapia farmacologica può essere seguita a cicli della durata di un mese, ogni due-tre mesi» spiega Pecchioli. «Se, però, il reflusso dipende anche da una condizione di stress che determina una contrazione del piloro (la valvola che separa lo stomaco dal duodeno), può essere utile ricorrere a farmaci ansiolitici».

Diventa quindi molto importante che venga effettuata una corretta anamnesi che aiuti a comprendere in maniera precisa la causa dei sintomi associati all’ernia iatale.

«In alternativa alla cura farmacologica, soprattutto nei pazienti più giovani, si può optare per l’intervento chirurgico, la cosiddetta fundoplicatio. Si esegue in laparoscopia e consiste nel riposizionare lo stomaco nella sede naturale e creare, con la porzione superiore, una sorta di cravatta attorno all’esofago, stringendo in modo da ridurre l’incontinenza del cardias» descrive lo specialista. «Richiede molta perizia, perché non bisogna stringere né troppo (altrimenti si impedirebbe il corretto passaggio del cibo dall’esofago allo stomaco) né troppo poco (altrimenti il reflusso resterebbe invariato)».

Valeria Ghitti

CONSULTA L’ARCHIVIO DI DISTURBI E PATOLOGIE
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