Come si manifesta e come curare l’occhio di pernice

Scientificamente noto come tiloma, è un fastidioso tipo di callo che colpisce i piedi. Ecco come riconoscerlo e curarlo.

Quello che popolarmente è conosciuto come occhio di pernice è uno dei problemi con cui i nostri piedi devono fare i conti abbastanza di frequente. Si tratta di un tiloma, vale a dire una particolare tipologia di callosità.

Calli e duroni non sono altro che una reazione di difesa messa in atto dall’organismo: la pelle, in caso di ripetuti sfregamenti, si indurisce, creando una sorta di corazza di cellule morte. Tale formazione può non dare fastidio, ma l’occhio di pernice, in particolare, è spesso doloroso e può anche rendere difficoltoso camminare.

Ecco tutto quello che c’è da sapere su questo disturbo.

Che cos'è l’occhio di pernice

Prima di scoprire nel dettaglio che cos'è l’occhio di pernice, capiamo meglio cosa sono le callosità in generale. «Sono delle ipercheratosi, vale a dire un ispessimento e un indurimento dello strato corneo, cioè quello più superficiale della cute, che si manifestano generalmente sulle mani e, più spesso, sui piedi. L’ispessimento è tale da formare un rilievo generalmente duro in superficie, ruvido al tatto, ma che può anche affondare in profondità» spiega Marco Bordina, podologo del Centro Medico Santagostino di Milano.

In questi casi si è soliti parlare indistintamente di calli e duroni, ma tra le due formazioni sussistono alcune differenze, soprattutto in termini di aspetto e localizzazione:

  • i duroni sono generalmente più grandi, dai contorni non definiti e si formano più spesso sull’avampiede, la parte della pianta del piede che è alla base delle dita
  • i calli sono più piccoli, hanno forma tondeggiante ben delimitata, oltre che un colore giallognolo, e di solito, anche se non in maniera esclusiva, si formano sulle dita (sopra, sotto o tra di esse) e ai margini laterali o posteriori del piede (anche sui talloni). I calli che si formano tra le dita sono più spesso di consistenza molle, per via del ristagno di sudore.

Calli e duroni, dunque, possono interessare aree più o meno ampie, ma sono sempre superficiali e, nella maggior parte dei casi, non provocano dolore.

I tilomi, al contrario, sono veri e propri tappi cornei delle dimensioni di un pisello, profondamente estesi e spesso dolenti, che possono dare luogo a borsite (dolorosa infiammazione di una borsa, la sacca di liquido presente in alcuni punti a protezione delle ossa dallo sfregamento di cute, muscoli, tendini e legamenti) .

In altre parole, come sottolinea il podologo: «l’occhio di pernice (o tiloma), è un particolare callo, che si distingue dagli altri per la forma piccola e circolare. Esso affonda nella pelle in profondità. Il nome popolare è legato alla frequente presenza, al centro della formazione, di un puntino scuro: esso dipende dall’intrappolamento, all’interno del callo, di un capillare. Si parla di tiloma vascolare o neurovascolare, nel caso in cui insieme al piccolo vaso sanguigno sia intrappolata anche una terminazione nervosa».

Proprio come il callo, anche l'occhio di pernice può essere molle o duro, a seconda che si formi negli spazi tra le dita o in corrispondenza delle parti ossee prominenti, come avviene nel caso dell'alluce valgo (condizione causata dalla sporgenza della base dell'alluce con deviazione della sua punta verso l'interno) o del cosiddetto dito a martello (curvatura del secondo, del terzo e del quarto dito del piede, dovuta all'instabilità della loro articolazione centrale).

Caratteristiche
Calli

Più piccoli dei duroni

Forma tondeggiante ben delimitata

Colore giallognolo

Si localizzano sulle dita e ai margini laterali o posteriori del piede

Duroni

Più grandi dei calli

Forma non definita

Si localizzano sull'avampiede

Occhio di pernice

Forma piccola e circolare

Presenza al centro di un puntino scuro

Perché si forma l’occhio di pernice

La causa dell’occhio di pernice è la stessa degli altri tipi di calli e dei duroni: «Si tratta di un meccanismo biomeccanico: sono la pressione e/o lo sfregamento eccessivi in una zona della pelle a stimolare l’ispessimento cutaneo» spiega l’esperto.

A livello plantare, la pressione e l’attrito continuo sono generalmente collegati alla scelta di calzature non adatte: quelle troppo strette in punta, per esempio, favoriscono un’eccessiva pressione sulla punta delle dita o negli spazi tra di esse; mentre scarpe troppo larghe permettono ai piedi di muoversi liberamente, sfregando così le parti laterali e dorsali contro la tomaia delle scarpe e favorendo anche la comparsa di vesciche. L’abitudine di indossare frequentemente scarpe con i tacchi alti può favorire infine una pressione spropositata sull’avampiede.

Possibili fattori scatenanti sono anche sport e attività fisica molto intensa. In questi casi, infatti, la persistente compressione delle dita favorisce la formazione di tilomi che, per via dell'umidità presente all'interno della scarpa, assumono un colore biancastro.

«Particolarmente soggetti alla formazione di occhi di pernice sono gli anziani, perché i loro piedi perdono parte del pannicolo adiposo plantare che contribuisce ad ammortizzare pressioni e attriti. Inoltre, spesso sono soggetti a deformazioni articolari dovute all’artrosi, che contribuiscono a favorire sfregamenti anomali e, quindi, ad aggravare il problema» ricorda il podologo.

I sintomi

Esteticamente l’occhio di pernice si riconosce, come già detto, come un piccolo callo perfettamente circolare, ruvido e duro al tatto, di colore tendente al giallognolo e con al centro un puntino più scuro. Si manifesta più spesso sulle dita dei piedi o negli spazi interdigitali. La sua presenza può determinare una serie di complicanze e di disturbi in grado di compromettere il benessere fisico.

«Si associa generalmente a dolore bruciante o paragonabile a fitte e stilettate, maggiore quando il tiloma viene ulteriormente compresso, ma tale da farsi sentire anche di notte e a riposo» spiega il podologo. «Il dolore deriva dal fatto che, incuneandosi anche in profondità nel derma, l’occhio di pernice finisce per andare a interferire e a intrappolare alcune terminazioni nervose». Per via del dolore, l’occhio di pernice può rendere difficoltoso camminare normalmente o semplicemente stare in piedi, e induce ad appoggiare i piedi in modo scorretto.

Se viene trascurato, in particolare in soggetti con problemi vascolari, compresi quelli indotti dal diabete, il tiloma può ulcerarsi (ossia manifestare una lesione) ed essere a rischio di infezioni virali o batteriche, con eventuale raccolta di pus.

È meglio rivolgersi al podologo

In caso di sospetto occhio di pernice è sempre consigliabile rivolgersi al podologo, lo specialista che diagnostica e cura le problematiche del piede dal punto di vista dermatologico e biomeccanico:

  • callosità;
  • verruche;
  • micosi (come le meglio note onicomicosi);
  • unghie incarnite;
  • ulcere;
  • lesioni da piede diabetico.

Al podologo, infatti, basta l’esame obiettivo per riconoscere un tiloma, distinguerlo da un’eventuale verruca (una formazione cutanea dolente che può interessare i piedi, ma che è di origine virale) e procedere poi al trattamento.

Nell’eventualità, anche se poco frequente, di un occhio di pernice sulla pianta del piede, il podologo può effettuare anche un esame del passo, ossia una valutazione, mediante test specifici, di come si muovono e si appoggiano i piedi, da fermi e mentre si cammina. Questo serve per capire se possono essere utili plantari su misura per prevenire sfregamenti e compressioni e quindi ridurre il rischio di ricomparsa delle callosità.

La cura

Contro le callosità si possono trovare in farmacia cerotti transdermici, cioè che rilasciano in modo lento e continuo sostanze, come l’acido salicilico e l’acido lattico, che erodono la cheratina, lo strato corneo dell’epidermide accumulatosi nell’ispessimento.

Prima di applicarli, in genere, bisogna ammorbidire la parte da trattare con una limetta a smeriglio (quelle di cartone che si usano anche per le unghie), quindi occorre mettere il cerotto direttamente sulla callosità, senza sbordare per non danneggiare la cute sana.

L’applicazione si fa di solito alla sera, lasciando agire per tutta la notte, per poi procedere alla rimozione al mattino seguente. Il trattamento richiede di essere ripetuto una volta ogni 24 ore, fino all’eliminazione della callosità.

«Questi prodotti, però, per l’occhio di pernice nello specifico, possono essere poco efficaci se non addirittura controproducenti, perché il tiloma è così piccolo che spesso è difficile trovare un cerotto delle dimensioni adatte e quindi il rischio di danneggiare la pelle sana circostante è elevato» sottolinea il podologo. «Inoltre, non dovrebbero essere usati in caso di diabete o di problemi circolatori».

L’alternativa più efficace è la rimozione chirurgica dell’occhio di pernice eseguita direttamente dal podologo con un bisturi. «L’intervento non richiede anestesia e punti di sutura e di solito non comporta neppure sanguinamento» continua l’esperto. «Generalmente non sono necessarie neppure particolari medicazioni, a meno che non sia presente anche infezione. In questo caso si procede prima alla rimozione del tiloma, quindi si prescrive l’applicazione di un antibiotico locale e pediluvi disinfettanti. Quando il tessuto è cicatrizzato, si applicano creme emollienti per far in modo che la pelle che sta crescendo si mantenga morbida».

Le strategie di prevenzione

L’occhio di pernice ha un’alta probabilità di riformarsi dopo una prima rimozione se permangono le condizioni che ne hanno favorito la comparsa. In genere, quindi, chi ne ha sofferto deve sottoporsi periodicamente al trattamento dal podologo. Ciò non toglie che si possano attuare delle strategie per la prevenzione, o, quantomeno, per allungare i tempi tra un trattamento e l’altro.

Scegliere calzature adeguate, non troppo larghe o troppo strette è sicuramente importante: indossare scarpe comode, infatti, permette di alleviare la pressione sulle dita, e quindi di prevenire l'insorgenza di problemi podologici e la sensazione di gonfiore alle gambe.

«Non solo» spiega l’esperto: «se l’occhio di pernice tende a formarsi negli spazi tra le dita, si possono utilizzare piccoli tutori [ortesi N.d.R.] di silicone da posizionare a livello interdigitale, per ridurre sfregamenti e compressioni, così come può essere studiato un plantare specifico se si riscontrano problemi di appoggio e deambulazione».

Altrettanto utili sono anche solette, imbottiture, cuscinetti di forme e dimensioni adeguate, bendaggi in pelle o in gommapiuma, e in generale tutto ciò che può aiutare ad ammortizzare e ridistribuire la pressione esercitata sul piede.

«Il podologo può inoltre suggerire l’applicazione regolare di una crema cheratolitica a base di urea, in percentuale variabile dal 10 al 30% a seconda delle caratteristiche della propria pelle».

Esistono anche alcuni rimedi fai da te spesso usati per rimuovere gli ispessimenti più superficiali, ma che difficilmente sono efficaci su un occhio di pernice già formato. Attuati regolarmente nell’ambito della pedicure periodica (2-3 volte a settimana), però, possono ammorbidire la cute e quindi rallentare la formazione di callosità profonde. Per esempio, un pediluvio in acqua calda e bicarbonato (dall’effetto esfoliante), anche con l’aggiunta di un olio essenziale alla lavanda (o sali da bagno), oltre a dare sollievo ai piedi affaticati, lascia la pelle morbida. Dopo il pediluvio, si può usare la pietra pomice per rimuovere con delicatezza la pelle ispessita. Esistono anche apparecchi molto simili agli epilatori, ma dotati di testine a rullo, con frese che svolgono la stessa funzione della pietra pomice, ma con particolare delicatezza. Si può anche realizzare uno scrub casalingo miscelando tre cucchiai di bicarbonato in polvere e uno di acqua tiepida per ottenere un composto omogeneo da applicare delicatamente sulle estremità, sfregando poi sulle parti cutanee più ispessite. Dopo la pietra pomice o lo scrub si può applicare un gel all’aloe vera, lenitivo e idratante.

Infine, in presenza di un occhio di pernice (in attesa del trattamento podologico) può essere opportuno lavare i piedi con un sapone antibatterico, avendo cura di asciugare bene prima di indossare calze e scarpe, per prevenire la comparsa di infezioni.

Valeria Ghitti
Valeria Ghitti
Nata sulle sponde bresciane del lago d’Iseo con la passione per il giornalismo nelle vene, comincia, nell’estate del 2000, freschissima di diploma al liceo classico, a muovere i primi passi nella redazione di un service giornalistico milanese, e a collaborare così con testate nazionali femminili e di salute. Nello stesso periodo inizia il percorso universitario in Scienze della comunicazione a Trieste, che prosegue parallelamente al lavoro. Diventata giornalista pubblicista nel 2003, porta avanti collaborazioni con numerose testate della carta stampata, per lo più settimanali e mensili a tiratura nazionali, ma anche testate online e radiofoniche, occupandosi di salute (dall’alimentazione alla sessualità, dalla medicina al benessere, alla psicologia), divulgazione scientifica, bellezza, ambiente, stili di vita e gossip. Negli anni affianca all’attività giornalistica quelle di ufficio stampa (soprattutto nell’ambito turistico, della cultura e dello spettacolo), di correttrice di bozze, di ghostwriter e di web content editor e, più recentemente, quella di mamma. Freelance praticamente da sempre e ormai a un passo dalla laurea, dal 2016 può annoverare tra le sue collaborazioni anche quella con SapereSalute.it

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