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Infezioni vaginali e carenza da vitamina D

Recenti studi hanno osservato una possibile associazione fra bassi livelli di vitamina D e una maggior propensione alle vaginosi batteriche, anche in gravidanza.

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Recenti studi hanno osservato una possibile associazione fra bassi livelli di vitamina D e una maggior propensione alle vaginosi batteriche, anche in gravidanza.

Nota da decenni in medicina principalmente per il suo ruolo chiave nel supportare uno sviluppo scheletrico sano nell’infanzia, un efficiente metabolismo osseo durante tutto il corso della vita e la prevenzione di osteoporosi e fratture in età avanzata, negli ultimi anni la vitamina D ha dimostrato di essere in realtà coinvolta in una molteplicità di processi fondamentali per la salute e il benessere dell’organismo, svolgendo attività talvolta insospettabili.

Diversi studi epidemiologi indicano una possibile associazione tra un deficit di vitamina D e il rischio di malattie cardiovascolari e metaboliche (in particolare, ipertensione e diabete), debolezza muscolare, i deficit di equilibrio e le cadute negli anziani, depressione, vari tipi di sindrome dolorosa, alterazioni del sistema immunitario (soprattutto malattie autoimmuni come sclerosi multipla, lupus e artrite reumatoide) e alcune forme tumorali (in particolare, tumore del colon-retto e del seno).

Dati recenti hanno evidenziato che la vitamina D è potrebbe essere necessaria anche per tutelare la salute intima femminile e, in particolare, per ridurre il rischio di vaginosi batteriche durante la gravidanza, con conseguenti benefici non soltanto per il benessere della donna, ma anche per il sereno sviluppo del bambino. Ma dove si trova questa vitamina e perché è utile contro le infezioni vaginali?

Vitamina D: le forme, le caratteristiche, le fonti

La vitamina D è un composto liposolubile che si accumula nel tessuto adiposo e nei cibi grassi. In natura, esiste sotto forma di colecalciferolo (vitamina D3, la forma principalmente usata dagli esseri umani) ed ergocalciferolo (vitamina D2).

La prima variante deriva dalla trasformazione del 7-deidro-colesterolo contenuto nelle membrane plasmatiche delle cellule della pelle esposta ai raggi solari (UvB). Della vitamina D3 esistono anche fonti alimentari: a contenerne quantità significative (nella parte grassa e non nella carne ricca di proteine) sono soprattutto i pesci dei mari del Nord, come salmoni, sgombri e aringhe, e l’olio di fegato di merluzzo. La vitamina D2 si forma, invece, nei vegetali per trasformazione di un composto simile al colesterolo (ergosterolo), analogamente indotta dalle radiazioni UvB, e viene assunta attraverso alcuni cibi, in particolare verdure verdi e funghi.

Il fabbisogno individuale di vitamina D è soddisfatto principalmente (circa l’80%) attraverso l’esposizione regolare al sole di una sufficiente superficie del corpo (almeno viso, braccia e parte delle gambe), per 10-15 minuti al giorno, sia in estate sia in inverno, senza protezione solare. Difficilmente, invece, i cibi che ne contengono dosi apprezzabili vengono consumati in quantità tali da fornire un apporto sostanziale nell’ambito della dieta abituale.

Stante la notevole diffusione di condizioni di carenza e insufficienza di vitamina D anche in Paesi con buoni standard alimentari e di vita (secondo le stime, circa metà della popolazione ne sarebbe interessata o a rischio di svilupparle), per favorire una maggiore assunzione di questo elemento essenziale attraverso la dieta, da tempo, sono stati introdotti sul mercato numerosi alimenti arricchiti di vitamina D, spesso in associazione a calcio (di cui la vitamina D media l’assorbimento intestinale) e ad altri micronutrienti: in particolare, latte, yogurt, formaggi, succhi di frutta, cereali per la colazione e pani speciali.

Questa strategia è ritenuta utile nella popolazione generale. Nelle categorie a maggior rischio di insufficienza è, invece, raccomandata l’assunzione di supplementi di vitamina D, in dosaggi e con frequenze variabili a seconda delle necessità individuali (stabilite dal medico) e del tipo di preparato individuato.

Le categorie a maggior rischio di insufficienza di vitamina D sono:

  • anziani
  • donne in gravidanza
  • persone con deficit di forza/funzionalità muscolare o a rischio di cadute
  • persone che presentano sindromi da malassorbimento
  • soggetti obesi o in forte sovrappeso
  • persone con pelle scura (origine africana, sudamericana, asiatica ecc.)
  • anziani ospedalizzati o con mobilità fisica ridotta
  • pazienti in emodialisi, con insufficienza renale o epatica
  • persone in terapia con farmaci che alterano il metabolismo della vitamina D (per esempio, glucocorticoidi e anticonvulsivanti)
  • soggetti che non possono esporsi al sole per periodi sufficienti per ragioni di salute o ambiente di vita.

Vitamina D: quanta assumerne?

Anche se non esistono parametri universalmente condivisi, in genere i livelli nel sangue di vitamina D (e in particolare del suo metabolita 25-idrossi-calciferolo in sigla 25(OH)D) si considerano adeguati se raggiungono almeno i 30 ng/ml, insufficienti se sono compresi fra 21 e 29 ng/ml e carenti se sono al di sotto dei 20 ng/ml.

Rispetto alla quantità da assumere quotidianamente con la dieta non si possono fornire indicazioni generali, dal momento che i fattori in gioco nel determinare il fabbisogno individuale sono innumerevoli, a partire dall’età, dal livello di esposizione al sole (con le relative variazioni stagionali) e dalle caratteristiche cutanee.

Anche quando viene riscontrata una condizione di insufficienza vitaminica D meritevole di intervento farmacologico, il tipo e il dosaggio della supplementazione da intraprendere deve essere attentamente valutato caso per caso da un medico: questo aspetto è cruciale perché è stato dimostrato che l’eccesso di vitamina D è tossico e dannoso quanto la carenza.

Nella definizione del dosaggio ideale di vitamina D da assumere si deve tener conto anche del peso corporeo, dal momento che, a parità di apporto di vitamina D, persone in forte sovrappeso od obese presentano più spesso una carenza o un’insufficienza rispetto a individui normopeso.

Vitamina D e propensione alle infezioni vaginali

Numerosi studi osservazionali hanno riscontrato un legame tra bassi livelli di vitamina D nel sangue (misurati utilizzando come parametro di riferimento il suo principale metabolita attivo, il 25-idrossi-colecalciferolo, in sigla 25(OH)D) e incidenza delle vaginosi batteriche nella popolazione femminile di varia età ed etnia.

Il primo sospetto di una correlazione tra vitamina D e propensione a soffrire di questa infezione vaginale è venuto dall’evidenza che la frequenza del disturbo è mediamente più elevata tra le donne di origine africana rispetto a quelle con pelle chiara e che questo scarto non può essere completamente giustificato dalla variabilità ormonale, dalle differenti abitudini alimentari e di vita o dal livello socioeconomico inferiore (noto fattore di rischio per infezioni vaginali di varia natura).

Approfondimenti a riguardo hanno confermato che le donne con pelle più scura, incapaci di produrre vitamina D3 in modo efficiente durante l’esposizione al sole, presentano più spesso delle caucasiche livelli di 25(OH)D nel sangue inferiori a quelli mediamente raccomandati per assicurare un buon metabolismo osseo e, più in generale, il benessere dell’organismo.

Su queste basi, si è concluso che la vitamina D può avere un ruolo protettivo nei confronti della vaginosi batteriche, probabilmente mediato dal miglioramento delle difese immunitarie generali e locali supportato dalla vitamina stessa, e, quindi, dal mantenimento di un equilibrio vaginale più stabile e di una flora più ricca di microrganismi benefici (prebiotici-e-simbiotici">lattobacilli). L’esatto meccanismo alla base di questa azione favorevole della vitamina D resta, tuttavia, da determinare.

Vitamina D e prevenzione delle vaginosi in gravidanza

L’associazione tra bassi livelli di 25(OH)D nel sangue (< 20 ng/ml) e maggior propensione alla vaginosi batterica è stata osservata anche in donne in gravidanza, in particolare nel corso del primo trimestre, periodo in cui ogni possibile destabilizzazione dell’ambiente uterino può danneggiare seriamente il feto.

La concomitante evidenza che donne con valori plasmatici di 25(OH)D superiori a 30-35 ng/ml sono molto poco interessate da vaginosi batterica ha indotto a ritenere che la supplementazione di vitamina D nelle donne con livelli insufficienti all’inizio della gravidanza possa essere un importante intervento preventivo a basso costo per migliorare lo svolgimento e l’esito della gravidanza, garantendo un maggior benessere a mamma e bambino.

Ulteriori indagini hanno segnalato che la vitamina D potrebbe avere anche un ruolo terapeutico nei confronti delle vaginosi batteriche. In particolare, uno studio che ha valutato gli effetti della supplementazione con 2000 UI/die di vitamina D per un periodo di 15 settimane in donne in età fertile affette da vaginosi batterica asintomatica (diagnosticata con test di laboratorio) e con una carenza di vitamina D, ha indicato che questo intervento permette di eliminare le vaginosi batteriche in ben il 63,5% delle donne trattate (risultato ottenuto soltanto dal 19,2% delle donne incluse nel gruppo di controllo, che ricevevano una soluzione placebo priva di vitamina D).

Queste evidenze hanno importanti ripercussioni per la tutela della donna in gravidanza dal momento che il rischio di parto pretermine associato alla vaginosi batterica è elevato non soltanto quando l’infezione è associata a perdite maleodoranti abbondanti e a disagio intimo significativo, ma anche quando è asintomatica, e che la supplementazione di vitamina D, calibrata in funzione delle necessità, è innocua e può essere vantaggiosa per mamma e bambino su molti fronti, compreso il metabolismo osseo.

Altri interventi utili per prevenire le infezioni vaginali

In aggiunta alla possibile supplementazione con vitamina D, sia durante la gravidanza sia negli altri periodi di vita della donna, per sedare sul nascere, coadiuvare la cura e prevenire le recidive della vaginosi batterica (sintomatica e non) si può ricorrere ad altri rimedi sicuri, efficaci e semplici da usare.

Tra questi si sono dimostrati particolarmente utili e ben tollerati preparati che contengono stipsi-i-prebiotici-che-aiutano">prebiotici, come glicogeno e acido lattico, in grado di supportare e/o ripristinare l’equilibrio della microflora endogena sana, costituita principalmente da lattobacilli.

Il glicogeno è un polisaccaride (costituito da zuccheri legati in catena tra loro) che agisce da rifornimento energetico pronto all’uso per i lattobacilli protettivi, che riescono così a moltiplicarsi in modo più rapido ed efficiente e a ripopolare la mucosa vaginale compromessa dalla vaginosi. L’acido lattico permette, invece, di acidificare il pH, riportandolo a livelli ideali per favorire la crescita degli stessi lattobacilli e per scoraggiare quella dei batteri responsabili della vaginosi (che amano ambienti con pH più vicino alla neutralità > 4,5-5,0).

Utilizzato fin dai primi segnali di alterazione della microflora inviati dal corpo femminile (generica sensazione di fastidio intimo, lieve prurito o bruciore, comparsa di secrezioni con odore diverso dal solito), il gel prebiotico potrebbe aiutare a ridurre il rischio che si instauri la vaginosi batterica. Quando, invece, l’infezione è già presente, l’applicazione quotidiana di questi preparati, in aggiunta alla terapia antibiotica prescritta dal medico, permette di ottenere un più rapido miglioramento dei sintomi e, soprattutto, la scomparsa dell’intenso odore di pesce avariato assunto dalle perdite vaginali a causa dei composti maleodoranti prodotti dai batteri.

Rosanna Feroldi

CONSULTA L’ARCHIVIO DI DISTURBI E PATOLOGIE
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