Pubblicità

Infezione da Escherichia coli: sintomi e terapie

Carne, verdura e frutta crude, latte e latticini freschi non pastorizzati sono gli alimenti a maggior rischio di trasmissione di microrganismi, come l’E. coli.

Ico tempolettura 4d4ceff10709fc567a3b0d04cf7fe5fe311c0b603cdcdde16d5fa93daf9467a7 Tempo di lettura: 15 minuti

Carne, verdura e frutta crude, latte e latticini freschi non pastorizzati sono gli alimenti a maggior rischio di trasmissione di microrganismi, come l’E. coli.

I batteri della famiglia di Escherichia coli (E. coli), detti anche “coliformi”, sono molti diffusi nell’acqua, nell’ambiente e nell’intestino degli animali. Diversi ceppi poco patogeni sono ospitati senza problemi in basse concentrazioni anche nell’intestino umano, in equilibrio con la flora endogena sana.

In alcuni casi, tuttavia, l’ingestione attraverso bevande o cibi contaminati di particolari ceppi di E. coli produttori di tossine e in grado di prendere temporaneamente il sopravvento sugli altri componenti del microbioma intestinale può creare problemi più o meno seri.

Nella maggior parte dei casi, i disagi causati da un’infezione intestinale da parte di E. coli si limitano a una modesta diarrea che si risolve da sola nell’arco di pochi giorni, senza che sia necessario prevedere terapie farmacologiche.

Alcuni sottogruppi di batteri appartenenti al genere E. coli possono, però, causare problemi di salute ben più severi, al punto da richiedere anche il ricovero in ospedale, soprattutto quando a esserne interessati sono bambini o anziani, caratterizzati da difese immunitarie meno solerti, una maggior sensibilità agli effetti della disidratazione e un equilibrio idroelettrolitico più fragile.

I ceppi di E. coli più temibili appartengono al sierotipo “O” e tra questi va citato soprattutto E. coli O157:H7, noto anche come E. coli emolitico o entero-emorragico, in quanto in grado di causare una violenta diarrea mista a sangue, oltre a sintomi particolarmente impegnativi in termini di nausea, crampi addominali e vomito.

L’intensità delle manifestazioni determinate dagli E. coli di sierotipo “O” è legata alla loro capacità di produrre tossine cosiddette “Shiga” (dal nome del medico che le ha evidenziate per la prima volta, Kiyoshi Shiga), particolarmente lesive per la mucosa intestinale.

Soprattutto in bambini e anziani l’infezione alimentare da parte di E. coli O157:H7 può complicarsi causando la cosiddetta sindrome uremica, una condizione molto critica e potenzialmente letale se non gestita tempestivamente in modo appropriato, caratterizzata da insufficienza renale acuta, anemia emolitica (ossia causata da un’eccessiva degradazione dei globuli rossi) e trombocitopenia (diminuzione drastica del numero di piastrine con conseguente deficit della coagulazione del sangue).

Sintomi e diagnosi dell’infezione da Escherichia coli

Riconoscere i sintomi di un’infezione intestinale da E. coli è abbastanza semplice quando sono coinvolti i ceppi più aggressivi “emolitici”, mentre se la forma di diarrea e i disturbi associati sono lievi-moderati può essere pressoché impossibile distinguerli da quelli determinati da gastroenteriti dovute ad altre cause, come virus della famiglia dei rotavirus (molto comuni tra i bambini dai 6 mesi ai 5 anni) o altri batteri all’origine di tossoinfezioni alimentari (salmonellosi, listeriosi, colera, gastroenterite da Anisakis ecc.).

Per capire da quali microrganismi patogeni può dipendere lo sviluppo di diarrea acquosa più o meno profusa, malessere e gonfiore addominali, nausea e vomito è importante osservare anche gli eventuali sintomi extra-intestinali (febbre, apatia, sonnolenza, confusione mentale, disturbi motori ecc.) e analizzare quali cibi e bevande sono stati assunti nei giorni precedenti l’esordio delle manifestazioni.

Purtroppo, questa seconda operazione può rivelarsi abbastanza laboriosa, dal momento che tra l’ingestione dell’alimento contaminato che ha innescato l’infezione e i primi disagi intestinali può passare da un giorno a una settimana.

In genere, se si tratta di un’infezione da E. coli, il periodo di incubazione è, in media, di 3-4 giorni e tutti coloro che hanno mangiato gli stessi cibi presenteranno sintomi gastroenterici simili, anche se probabilmente di intensità diversa a seconda dell’età e del grado di sensibilità individuale.

Inoltre, sarà più facilmente riferibile a E. coli una sindrome diarroica contratta in estate, dopo un pasto in un bar, ristorante o mensa di dubbia qualità, durante un viaggio o la permanenza in contesti igienico-sanitari non ottimali (per esempio, in campeggio).

Al contrario, se il malessere gastrointestinale insorge nei mesi che vanno da novembre a marzo ed è accompagnato o preceduto da sintomi simil-influenzali (febbricola, tosse, mal di gola, dolori alle ossa), con ogni probabilità si tratterà di una forma virale, trasmessa da persona a persona sia per via oro-fecale sia per contatto o per via respiratoria. In questo caso, l’intervallo tra ingresso del virus nell’intestino e insorgenza dei sintomi è più breve (in media 1-2 giorni) e a patirne saranno soprattutto bambini nei primi anni di vita e le persone con difese immunitarie ridotte.

Nelle forme di gastroenterite più acuta e severa può essere necessario effettuare alcuni test di laboratorio allo scopo di individuare con precisione il microrganismo responsabile e intraprendere terapie mirate e/o il monitoraggio dei casi sul territorio.

Il primo e più utile tra questi è l’esame colturale delle feci che prevede il prelievo di un campione di feci e la messa in coltura su un “terreno” artificiale appositamente studiato per favorire una rapida moltiplicazione dei batteri eventualmente presenti, in modo da renderli facilmente riconoscibili.

Le stesse colonie batteriche possono essere ulteriormente indagate per verificare la presenza di tossine distintive dei ceppi maggiormente dannosi. In aggiunta, possono essere ricercate specifiche proteine, come per esempio antigeni virali utili per confermare o escludere infezioni da rotavirus.

Effettuare queste indagini è importante soprattutto se la diarrea è insorta durante o dopo un viaggio in un Paese esotico o in zone dove si siano già verificati casi di tossoinfezioni severe, sottoposte a monitoraggio epidemiologico da parte dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) (in Italia) e/o da centri di sorveglianza sovranazionali come l’European Center for Disease Control and Prevention (eCDC) o il Center for Disease Control and Prevention (CDC) statunitense.

La diarrea lieve tende generalmente a risolversi da sola senza causare grossi disagi. In caso di diarrea moderata-severa, se a esserne interessate sono persone adulte in buono stato di salute generale, il medico va contattato qualora i sintomi non migliorino entro 48 ore; se si tratta di bambini, anziani o persone fragili (per esempio, pazienti con diabete o malattie renali) è necessario contattare il medico già dopo 12-24 ore.

Pubblicità

Come eliminare Escherichia coli dall’intestino

A prescindere dalla causa virale, batterica o di altra natura, il primo e più importante intervento per la cura di una gastroenterite consiste nel reintegrare i liquidi e i sali minerali persi con le scariche diarroiche per evitare che si instaurino forme di disidratazione severa e scompensi elettrolitici molto critici e potenzialmente letali, soprattutto in bambini e anziani.

Per reidratare l’organismo è sufficiente bere in abbondanza liquidi come acqua comune non gassata, brodi di verdura, pollo o carne (poco salati), minestre e zuppe di cereali non troppo dense, tè leggero e succhi di frutta naturali senza zuccheri aggiunti, yogurt da bere. Nei casi di maggiore deplezione salina possono essere assunte anche soluzioni reidratanti specifiche, arricchite di sali minerali (in particolare, potassio, magnesio, sodio e cloro).

È importante precisare, però, che esistono anche liquidi che non vanno assunti durante una gastroenterite. Si tratta soprattutto di acqua o bibite gassate, bevande zuccherate (che possono peggiorare la diarrea acquosa trattenendo liquidi nel canale intestinale), alcolici (che promuovono la disidratazione dell’organismo e hanno un’azione tossica), caffè e bevande contenenti caffeina (stimolanti il transito intestinale), tisane dalle proprietà non ben definite e in grado di innescare reazioni intestinali o renali imprevedibili.

Riguardo alla quantità di liquidi da bere, invece, non ci sono limiti superiori: va assunto un volume minimo di liquidi sufficiente a compensare le perdite e a soddisfare la sete. È, quindi, assolutamente da evitare l’errore, non infrequente e molto pericoloso, di bere poco nel timore di aumentare le scariche.

La seconda raccomandazione in caso di diarrea di una certa importanza è restare a riposo in un ambiente fresco per non consumare energie che non possono essere adeguatamente compensate dall’apporto alimentare (essendo l’assorbimento intestinale dei nutrienti temporaneamente compromesso) e per evitare un’ulteriore dispersione di liquidi e sali minerali con il sudore.

Quando la nausea e il vomito eventualmente presenti si sono attenuati, si possono mangiare cibi nutrienti e facilmente digeribili che non sollecitino troppo il transito intestinale, come pane croccante o tostato, riso, patate bollite, cracker, fette biscottate, barrette di cereali, uova, formaggio grana ecc.

Al contrario, è meglio evitare (almeno nella fase di diarrea acuta) latte e latticini freschi (salvo lo yogurt bianco naturale o preparati probiotici che possono aiutare a normalizzare la microflora intestinale), alimenti grassi o molto ricchi di fibre e cibi troppo conditi, piccanti o speziati che possono irritare la mucosa intestinale, peggiorando i sintomi.

Sul fronte dei farmaci, salvo diversa indicazione medica, il migliore consiglio è di non assumerne nessuno allo scopo di ridurre la diarrea o di contrastare E. coli. Gli antidiarroici sono infatti più dannosi che utili, poiché le scariche sono il mezzo più efficace per eliminare i batteri patogeni e le loro tossine dall’intestino. Gli antibiotici, invece, oltre a non essere sempre efficaci contro E. coli, espongono a una maggiore probabilità di sviluppare la sindrome uremica, con tutto quel che ne consegue in termini di complicanze e rischi per la salute.

Dopo un episodio diarroico di una certa importanza e di durata superiore a 3-4 giorni può essere utile assumere preparati probiotici concentrati (acquistabili in farmacia) e supplementi vitaminici per favorire il più rapido ripristino di una perfetta funzionalità intestinale e di un pieno benessere.

Accorgimenti pratici per la prevenzione

Posto che E. coli segue una via di trasmissione oro-fecale, attraverso l’ingestione di cibi contaminati dal batterio o dalle sue tossine, le indicazioni utili per la prevenzione nella vita quotidiana riguardano principalmente accorgimenti indirizzati a ridurre la probabilità che cibi potenzialmente contaminati arrivino in tavola e siano consumati senza essere prima stati sottoposti a opportune misure “neutralizzanti”.

I cibi che possono veicolare E. coli e le sue tossine sono soprattutto carni crude o poco cotte (contaminate durante la macellazione degli animali o la trasformazione successiva), verdura e frutta consumate crude e non lavate a sufficienza, latte e latticini non sottoposti a pastorizzazione o a trattamento ad alta temperatura (UHT), succhi di frutta, centrifughe di verdura e spremute freschi non pastorizzati.

Per evitare fastidiosi inconvenienti intestinali dovuti a E. coli è importante:

- acquistare prodotti alimentari freschi soltanto da rivenditori di fiducia (in particolare, carne e latticini) e preferire prodotti con filiera tracciabile

- cuocere sempre bene la carne, anche nelle parti interne

- lavare molto bene la frutta e la verdura che vengono consumate integralmente (ossia senza togliere la buccia), passandole più volte sotto l’acqua corrente

- lavare bene la frutta prima di tagliarla o di togliere la buccia per preparare spremute o macedonie

- disporre gli alimenti in frigorifero in modo da evitare contaminazioni (ossia, tenendo avvolti in pellicole carne e latticini e riponendoli in comparti separati da verdura e frutta).

Altre norme classiche di prevenzione comprendono la necessità di:

- lavarsi sempre bene le mani prima di cucinare, dopo essere stati in bagno, dopo aver effettuato lavori nell’orto o in giardino o toccato animali

- in cucina, usare utensili diversi per trattare verdura e frutta crude e per la carne, i latticini e le uova

- non usare lo stesso piatto/contenitore usato per la carne cruda per appoggiare, servire o conservare la stessa carne dopo la cottura

- dopo l’uso, lavare sempre con acqua calda e detergente per stoviglie tutti gli utensili di cucina entrati in contatto con carne, frutta e verdura crude.

Quando si è fuori casa sono invece fondamentali precauzioni quali:

- evitare di mangiare “street food” non cotti al momento dell’acquisto o distribuiti da rivenditori di dubbia igiene

- fare attenzione al grado di igiene del bar/ristorante e valutare la posizione dei bagni rispetto alla cucina, come vengono gestiti gli alimenti e le stoviglie e il livello di pulizia del personale

- non mangiare frutta o verdura acquistata nei mercati senza averla prima lavata accuratamente, neanche se offerta in assaggio

- non bere spremute o macedonie preparate a mano in chioschi sulla strada.

Rispettare questi basilari principi di igiene alimentare permetterà di prevenire non soltanto le infezioni dell’intestino causate da E. coli, ma più in generale di tutelarsi da gran parte delle malattie a trasmissione alimentare dovute a microrganismi come virus e batteri o ad altri agenti biologici e proteggere la salute e il benessere, propri e di chi ci sta vicino.

Rosanna Feroldi

CONSULTA L’ARCHIVIO DI DISTURBI E PATOLOGIE
Torna su