Emorroidi in gravidanza: cause e terapie

Un disturbo diffuso e molto fastidioso, che diventa più frequente all’aumentare dell’età e durante la gravidanza.

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Un disturbo diffuso e molto fastidioso, che diventa più frequente all’aumentare dell’età e durante la gravidanza.

La malattia emorroidaria è più frequente nella fascia di età che va dai 50 ai 65 anni; si stima che circa la metà delle persone con più di 50 anni ne abbia in qualche modo sofferto. Probabilmente a causa del tipo di alimentazione e dello stile di vita sedentario, le popolazioni dei Paesi industrializzati sono più a rischio di soffrire di questo disturbo.

Uomini e donne ne sono colpiti in egual misura, ma le donne sono più vulnerabili a causa della maggior propensione all’insufficienza venosa cronica. Anche il periodo della gravidanza può aumentarne il rischio, sia per fattori di tipo ormonale, che possono favorire o peggiorare la stitichezza, sia per l’aumento di peso della gestante e per la pressione che l’utero esercita sulle vene della zona anale man mano che il feto cresce.

Che cosa sono

Le emorroidi sono vasi sanguigni situati all’interno del canale anale. Dal punto di vista anatomico si tratta di tre cuscinetti (laterale sinistro, anteriore destro e posteriore destro) localizzati nel tessuto sottomucoso che funzionano come delle “valvole”. Grazie all’afflusso e al deflusso di sangue, che regolano l’apertura del canale, hanno il ruolo di contribuire alla continenza fecale.

Si tratta quindi di strutture venose che, in condizioni normali, non vengono avvertite, ma che possono evolvere verso la patologia emorroidaria, caratterizzata da tumefazione, infiammazione, fastidio e perdita di sangue. Nel linguaggio comune questa condizione patologica viene sempre indicata con il termine di emorroidi.

Le emorroidi possono essere interne o esterne. Le emorroidi interne sono localizzate al termine dell’intestino retto; spesso non causano un nodulo visibile né dolore, ma possono sanguinare, generalmente durante l’evacuazione. Quelle esterne sono invece dolorose e compaiono spontaneamente dopo uno sforzo intenso, per esempio legato a un problema di stitichezza.

Nei casi più gravi le emorroidi possono prolassare, cioè fuoriuscire dal canale anale. In questo caso alla perdita di sangue causata dall’erosione della parte superficiale della mucosa si accompagna l’infiammazione cronica locale.

Come si classificano

La malattia emorroidaria è classificabile secondo uno schema che prevede quattro gradi di gravità. Le emorroidi di primo grado sono completamente interne al canale anale. Possono sanguinare, ma non vi sono segni di protrusione, nemmeno durante l’evacuazione.

Quelle di secondo grado presentano un volume maggiore per l’aumentata pressione venosa, possono prolassare in seguito a sforzi eccessivi, per esempio durante l’evacuazione o il parto, ma rientrano spontaneamente.

Le emorroidi di terzo grado invece prolassano all’esterno spontaneamente e perché rientrino è necessario un intervento manuale.

Nel quarto grado infine, il più doloroso, risultano completamente prolassate e non riposizionabili all’interno dell’ano.

Le emorroidi possono andare incontro a complicazioni come la trombosi, che consiste nella formazione di un coagulo di sangue al loro interno. Questo impedisce il normale passaggio del sangue venoso di ritorno verso il cuore e causa una crisi infiammatoria acuta.

Un’altra possibile complicanza riguarda l’anemia, che può insorgere a seguito di un sanguinamento che si protrae nel tempo, anche in modo subdolo.

Le cause

Le emorroidi sono causate da un aumento della pressione venosa dell’area anorettale. A provocarlo possono essere la gravidanza, il sollevamento di pesi o ripetuti sforzi durante la defecazione.

La stitichezza, specie se prolungata, è uno dei maggiori fattori di rischio per lo sviluppo della malattia emorroidaria: le feci permangono nell'intestino più a lungo del normale e perciò si disidratano e si induriscono fino a causare traumi alla parete anale. L’alimentazione povera di fibre e lo scarso movimento fisico sono in questo senso delle concause.

Nel favorire lo sviluppo della malattia intervengono però anche altri fattori, come per esempio la predisposizione individuale alle vene varicose e il fisiologico processo di invecchiamento sono condizioni che alterano lo stato venoso e facilitano il prolasso.

Oppure un lavoro che costringe a trascorrere molte ore consecutive seduti può ostacolare la circolazione del sangue: il ristagno a livello delle vene anali e rettali, di conseguenza, tende a dilatare i vasi emorroidari. Anche la pratica intensiva di sport come ciclismo, equitazione, motociclismo, per le continue sollecitazioni provocate, può indebolire i tessuti emorroidari.

Un altro aspetto importante è il sovrappeso, non solo durante la gravidanza. In generale, questo predispone anche alle varici: un aumento di peso del 20% rispetto al peso ideale, infatti, aumenta il rischio di insufficienza venosa cronica dal 3 al 15%.

Può capitare infine che una crisi emorroidaria acuta si verifichi a causa dell’alimentazione: mangiare abitualmente cibi piccanti o ricchi di spezie, cacao, insaccati, crostacei o abusare di alcol può, in alcuni soggetti, irritare la mucosa del retto.

I sintomi

La malattia emorroidaria può dare vari sintomi, dal dolore che compare in particolare nel momento dell’evacuazione o in posizione seduta, al sanguinamento che si osserva in genere dopo la defecazione per la rottura dei vasi sanguigni.

Altri sintomi tipici sono il prurito, il bruciore, la sensazione di peso e gonfiore. Al tatto possono essere avvertiti dei corpi morbidi nella zona esterna all’ano.

Il sanguinamento rettale può essere causato anche dalle ragadi anali. Si tratta di piccole ulcerazioni che si formano nella pelle durante l’evacuazione e che sono causate dallo sforzo che la stitichezza comporta.

Anche se molto fastidiosa e dolorosa, la malattia emorroidaria non comporta in genere rischi per la salute; in presenza di sanguinamento è però opportuno consultare un medico, che potrà prescrivere eventuali esami diagnostici per escludere altre malattie più gravi che possono causare sintomi simili.

Emorroidi in gravidanza

Se esistono numerosi fattori che predispongono allo sviluppo della malattia emorroidaria, la gravidanza è il più importante tra quelli che possono scatenarle. Si stima infatti che mediamente due donne su tre durante la gestazione soffrano di emorroidi.

L’utero in crescita provoca una pressione sulle vene pelviche e sulla vena cava inferiore che, a causa del rallentato ritorno del sangue dalla metà inferiore del corpo, si gonfiano e si dilatano. Le pareti venose ne risultano così indebolite. Gli effetti possono manifestarsi già alla prima gravidanza, ma il rischio di emorroidi aumenta con le successive del 20-30%.

Nel primo periodo, fino alla 23a settimana, sono soprattutto le modificazioni ormonali a favorire le emorroidi. Il progressivo aumento del progesterone rallenta tutte le attività fisiologiche dell’organismo, compreso il transito intestinale, peggiorando così una stipsi preesistente o causandone la comparsa in donne che non ne soffrivano. Inoltre, il tratto terminale dell’intestino è compresso dal peso del feto, condizione che peggiora con il progredire della gravidanza.

Dalla 24a settimana in poi, ai fattori ormonali si associano l’aumento di peso della gestante e in molti casi una riduzione dell’attività fisica, che diventano via via più importanti.

I disturbi legati alla malattia emorroidaria vengono sensibilmente peggiorati dal parto naturale. Nelle donne che hanno sofferto di emorroidi in gravidanza, il travaglio e il parto possono aggravare la patologia, in relazione anche alle dimensioni del bambino. Dopo il parto, inoltre, specialmente se è stato difficoltoso, si verifica un aumento del rischio di trombosi emorroidarie e la frequente comparsa di ragadi anali.

Come tenere d'occhio il peso e la stitichezza

In gravidanza è opportuno curare l’alimentazione per tenere sotto controllo la stitichezza, praticare regolare movimento fisico e introdurre una quantità adeguata di liquidi (almeno un litro e mezzo al giorno). La dieta dovrà essere ricca di fibre derivanti da cereali integrali, legumi, frutta, verdura per regolarizzare il più possibile il transito intestinale, a favore di una riduzione della pressione sulle vene interne e per ammorbidire le feci.

Se le modifiche dello stile di vita non portato risultati sufficienti, è possibile ricorrere a un lassativo. Questo dovrà essere di tipo osmotico, ovvero a base di sostanze che trattengono l’acqua e aumentano la massa fecale favorendone l’espulsione, senza che venga metabolizzato o, qualora il problema permanga nel periodo immediatamente successivo al parto, assunto dal bambino durante l’allattamento.

Il fisiologico aumento di peso deve inoltre essere mantenuto entro certi limiti; non acquistare chili di troppo è anche un modo per prevenire l’insorgenza di emorroidi. Le Linee Guida per la gravidanza fisiologica del Ministero della salute indicano, in relazione al peso della donna prima di rimanere incinta, come adeguato un aumento di sei chili per le donne obese, di 12-18 chili per le donne sottopeso e di 11-16 chili per le donne normopeso.

Talvolta accade, nelle donne che accusano forti nausee e hanno difficoltà ad alimentarsi, di perdere peso durante il primo trimestre. Nel periodo successivo il fabbisogno nutrizionale aumenta: a una donna normopeso sono necessarie ogni giorno, rispetto al normale, circa 300 Kcal aggiuntive nel secondo trimestre e 450 nel terzo. Per non eccedere però con i chili di troppo è opportuno evitare le cosiddette calorie “vuote”, che non apportano nutrienti: alimenti ricchi di zuccheri e grassi, bibite, dolci, cibi fritti, alcol.

Trattamento delle emorroidi in gravidanza

Nei casi più lievi per contrastare le emorroidi può essere sufficiente modificare il proprio stile di vita e la propria alimentazione, eventualmente utilizzando anche farmaci ad azione locale.

Altri interventi, chirurgici e non, necessari per situazioni più gravi che si verifichino in gravidanza, vengono comunque rimandati a dopo la nascita del bambino, quando è molto probabile che gran parte dei disturbi siano diminuiti, se non scomparsi.

Le pomate a base di corticosteroidi e anestetici locali normalmente impiegate non possono essere usate in gravidanza. Per far fronte ai sintomi meglio quindi utilizzare prodotti a base di sostanze come ossido di zinco, calendula, bismuto o hamamelis che, grazie a una azione lenitiva e astringente, riducono la sensazione di fastidio. Tra i possibili rimedi che possono dare sollievo e attenuare il dolore, anche quello di immergersi in acqua tiepida per 10-15 minuti, avendo cura poi di asciugare la parte per evitare l’umidità.

Stefania Cifani

CONSULTA L’ARCHIVIO DI DISTURBI E PATOLOGIE
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