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Preeclampsia: che cos’è e come si affronta

Attenzione ai segni premonitori, primi fra tutti un rialzo della pressione e la comparsa agli arti di gonfiore.

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Attenzione ai segni premonitori, primi fra tutti un rialzo della pressione e la comparsa agli arti di gonfiore.

Ha un nome complicato, ma che si riferisce a disturbi ben noti a tutti: quelli della pressione. Aggravati, però, dal fatto che questi disordini si verificano in un momento particolarmente delicato e importante per l'organismo femminile: la gravidanza.

Perché la pressione non deve alzarsi

«La pre-eclampsia e l'eclampsia sono i rischi più gravi a cui espone l'ipertensione gestazionale» spiega Rossella Nappi, ginecologa e responsabile del Centro di ricerca per la procreazione medicalmente assistita dell'Ospedale San Matteo di Pavia. «In altre parole, uno spettro di disordini della pressione arteriosa legati alla gravidanza, più probabili se ci sono problemi di sovrappeso, se la donna è over 35 o ipertesa già prima del concepimento, oppure in caso di gravidanza gemellare».

«La pressione arteriosa – chiarisce la ginecologa – è un parametro importante del rapporto madre-feto: è fondamentale che tenda a essere sempre sufficientemente bassa per favorire gli scambi, affinché al bambino arrivi quanto più sangue possibile e venga “pompato” alla placenta nella modalità più efficiente».

Le cause

Continua la professoressa Nappi: «Nelle prime fasi della gravidanza la pressione della donna ha la tendenza a scendere, per favorire l'adattamento dell'organismo alla nuova situazione. Purtroppo però dopo la 20a settimana, quando la placenta si è già formata completamente, in circa il 5% delle donne (1-2% nella donna giovane) si manifestano problemi della pressione. Il rischio aumenta, oltre che col crescere dell'età, in caso di sovrappeso, obesità e diabete gestazionale. Età (e utero più rigido) e peso (e quindi fattori metabolici alterati) possono infatti interferire con l'attecchimento corretto dell'embrione nell'utero e con la formazione della placenta, che può risultate più piccola o con vasi sanguigni meno sviluppati. Questo causa una resistenza del passaggio del sangue dalla madre al feto, e la conseguenza è l'aumento della pressione arteriosa».

Campanelli d'allarme

Quali sono i segni a cui prestare attenzione? «Bisogna controllare la pressione in vari momenti della giornata: nella donna gravida la minima (pressione diastolica, quella del rilascio del sangue madre-feto) non deve superare gli 80, mentre la massima non deve andare oltre i 130», risponde la ginecologa.

Ci sono anche segni premonitori: uno dei più importanti è il bilancio idrico. «Per mantenerlo efficiente – spiega la professoressa Nappi – la donna in gravidanza deve bere due litri d'acqua al giorno, seguire una dieta povera di sale e controllare il peso corporeo. L'alterazione del bilancio idrico può essere rilevata dalla donna stessa: se beve due litri d'acqua, ma ne espelle con le urine solo uno, può comparire edema, cioè gonfiore, alle gambe (lo si può notare se premendo sulla caviglia rimane un piccolo avvallamento), oppure può far fatica a indossare scarpe o anelli. In questi casi è sempre opportuno sottoporsi a un controllo».

Inoltre, se si trattengono molti liquidi, vengono perse proteine. «L'esame per averne la conferma – spiega la ginecologa – è la ricerca delle proteine nelle urine delle 24 ore, in particolare dell'albumina, che non deve scendere sotto una certa soglia. La perdita di proteine danneggia il rene, e l'insufficienza renale complicherebbe ulteriormente la situazione. Il ginecologo può prescrivere alla donna un antipertensivo se la pressione è alta già all'inizio della gravidanza o quando si manifestano i primi segnali, per evitare il rischio che il quadro degeneri fino alla pre-eclampsia. Ma è fondamentale che la donna sia ben seguita e che, a sua volta, si attenga alle prescrizioni del medico».

La crisi

La prevenzione è fondamentale, perché la crisi pre-eclampsica è un evento acuto che non si può controllare. «Purtroppo in gravidanza non possono essere prescritte tutte le terapie antipertensive disponibili, e a volte la compensazione non riesce: la donna ha un rialzo di pressione che può arrivare anche a 180-220 di massima e 140 di minima. Un evento che può comportare il distacco della placenta», spiega Rossella Nappi.

Si tratta di un'emergenza ostetrica, perché nel giro di poco tempo può trasformarsi in una eclampsia, la punta dell'iceberg di uno spettro di disturbi che provoca un attacco di pressione acutissima fino al rischio di emorragia cerebrale, crisi renale ed epatica. «L'unico modo per interrompere la crisi – continua la ginecologa – è far partorire la donna: perciò il ginecologo deve gestire un eventuale quadro di disordini della pressione in modo da portare la donna il più avanti possibile nella gravidanza, almeno alla 32a settimana, in modo che, in caso di un'emergenza, non ci siano pericoli eccessivi per il bambino perché troppo prematuro. In alcuni casi, valutando il quadro della situazione, per evitare il rischio di distacco di placenta è possibile anche anticipare la data del parto (intorno alla 36a settimana), inducendolo o praticando un cesareo dopo aver somministrato una terapia cortisonica al bambino per affrontare l’eventuale distress respiratorio alla nascita».

Mariateresa Truncellito

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