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Ipotiroidismo in gravidanza

La più diffusa patologia della tiroide, l’ipotiroidismo, se non trattato adeguatamente può ostacolare una gravidanza o condizionarne il decorso.

Ico tempolettura 4d4ceff10709fc567a3b0d04cf7fe5fe311c0b603cdcdde16d5fa93daf9467a7 Tempo di lettura: 11 minuti

La più diffusa patologia della tiroide, l’ipotiroidismo, se non trattato adeguatamente può ostacolare una gravidanza o condizionarne il decorso.

La tiroide è una ghiandola situata nella parte anteriore della base del collo: produce alcuni ormoni necessari per molteplici processi che si verificano all’interno dell’organismo, compresa la riproduzione. Di conseguenza, un suo malfunzionamento nella donna può interferire con il concepimento e la gestazione.

L’ipotiroidismo, ossia l’insufficiente produzione degli ormoni tiroidei, è la più diffusa tra le malattie tiroidee: la forma più frequente, quelle autoimmune, interessa circa il 2 per cento della popolazione italiana.

Che cos'è l’ipotiroidismo

Si parla di ipotiroidismo quando la produzione degli ormoni tiroidei (tiroxina o T4 e triiodotironina o T3) non è sufficiente alle necessità dell’organismo.

La forma più diffusa di ipotiroidismo è quella primaria, cioè che dipende da un cattivo funzionamento della tiroide. Questo malfunzionamento può essere congenito, presente quindi sin dalla nascita, oppure più spesso acquisito. Il primo, se non viene individuato subito e trattato, può determinare cretinismo, ossia ritardo di crescita nel neonato, unito a una forma molto seria di deficit mentale e neurologico. Fortunatamente oggi questo avviene raramente, per merito dello screening previsto di routine alla nascita.

Quando è acquisito, invece, l’ipotiroidismo primario può essere iatrogeno, cioè la conseguenza, per esempio, di dosi eccessive di farmaci antitiroidei, somministrati con l'intento di trattare una forma di ipertiroidismo, oppure derivare dall’asportazione chirurgica di parte o di tutta la ghiandola per via di altre problematiche. Può, inoltre, dipendere da infezioni virali non trattate che attaccano la tiroide. Più spesso, però, si tratta di una forma autoimmune: la ghiandola viene cioè aggredita e distrutta dagli anticorpi prodotti dall’organismo stesso. Attualmente non si hanno conoscenze precise sulle cause di questa reazione autoimmune.

Molto raro, invece, è l’ipotiroidismo centrale, in cui l’insufficiente produzione di ormoni tiroidei deriva da un problema non della tiroide, ma dell’ipofisi e/o dell’ipotalamo, due ghiandole poste a livello cerebrale che, attraverso la produzione di un ormone, chiamato TSH (lo produce l’ipofisi su stimolazione dell’ipotalamo), normalmente spingono la tiroide a svolgere la propria funzione.

I sintomi

I sintomi principali derivanti dall’ipotiroidismo sono: astenia, debolezza, rallentamento del metabolismo, dei riflessi e dei processi mentali, ma anche una maggiore ritenzione di liquidi, con sensazione di gonfiore, in particolare al volto (mixedema), stitichezza, disturbi del sonno, irritabilità, a volte anche depressione.

Queste manifestazioni, soprattutto quando l’ipotiroidismo non è marcato, possono essere sovrapponibili a quelli di molte altre problematiche. Non bisogna dimenticare, però, che esiste anche un ipotiroidismo subclinico, che non dà cioè segni evidenti.

Come si scopre

Per diagnosticare l’ipotiroidismo si ricorre prima di tutto a un semplice prelievo di sangue per sottoporsi al dosaggio degli ormoni tiroidei (in particolare FT4), del TSH e degli anticorpi anti-tiroide (anti-tireoperossidasi, AbTPO, e anti-tireoglobulina, AbTg).

Il TSH nell’ipotiroidismo primario è generalmente alto perché l’organismo cerca di stimolare di più la tiroide, mentre nelle forme centrali è basso o nella norma.

I livelli di FT4, invece, sono sempre bassi nelle forme di ipotiroidismo, con l'esclusione di quello subclinico, in cui è generalmente nella norma, mentre risulta alto il TSH.

Di solito è sufficiente valutare il TSH e, solo nel caso sia alterato, verificare i valori di FT4. Tuttavia, quando si esegue l’esame per la prima volta, è utile abbinare l’FT4 al TSH anche se quest’ultimo è nella norma: se l’FT4 risulta comunque basso, può segnalare un ipotiroidismo centrale.

La ricerca degli anticorpi anti-tiroidei serve per confermare se si tratta o meno di ipotiroidismo autoimmune: la loro presenza, senza alterazioni di TSH e FT4, è segno che l’organismo ha una tendenza ad attaccare la tiroide, causando una tiroidite autoimmune che, a sua volta, è una delle cause di ipotiroidismo. Servirà in questo caso un monitoraggio nel tempo per intervenire subito in caso di comparsa di ipotiroidismo.

Infine, in caso di ipotiroidismo primario, per approfondire la diagnosi si può ricorrere anche a un’ecografia della tiroide che ne valuta l’aspetto e la presenza o meno di noduli o alterazioni.

Il ruolo della tiroide nella riproduzione

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La funzionalità tiroidea ha effetti diretti e indiretti sull’ovulazione, tanto che la presenza di una disfunzione non curata può compromettere la fertilità. In particolare, in caso di ipotiroidismo, la tiroide viene sovrastimolata dall’ipofisi e dall’ipotalamo perché possa svolgere il suo lavoro.

L’eccessiva stimolazione della ghiandola tiroidea può determinare nell’organismo un aumento dei livelli di prolattina che, a sua volta, interferisce con l’ovulazione e con il ciclo mestruale, rendendolo irregolare, in alcuni casi fino a farlo scomparire (amenorrea).

Anche durante i nove mesi la tiroide gioca un ruolo importante perché gli ormoni che produce (tiroxina, triiodotironina) intervengono nei processi di accrescimento e sviluppo del feto. Per questo durante la gestazione la ghiandola è chiamata a un lavoro superiore al solito e deve, quindi, essere in ottima forma.

Ipotiroidismo in gravidanza: i rischi se non è curato

Come anticipato, durante i nove mesi la tiroide viene chiamata a un super lavoro. Se però è presente una disfunzione non curata, questa ghiandola non riesce a svolgere al meglio il proprio dovere, aumentando di conseguenzail rischio di aborto spontaneo, morte fetale, complicanze della gravidanza come l’ipertensione o il diabete gestazionale, distacco di placenta, parto pretermine, basso peso alla nascita.

Alcuni studi avrebbero evidenziato anche un ridotto quoziente intellettivo nei bambini nati da donne con ipotiroidismo molto serio non curato.

Come comportarsi prima di avere un figlio

Se una donna ha intenzione di diventare madre, anche se apparentemente non ha problemi tiroidei, è bene si sottoponga al dosaggio degli ormoni della tiroide e degli anticorpi anti-tiroide.

Il primo test serve per valutare il funzionamento della ghiandola e scoprire l’eventuale presenza di una disfunzione. Molte donne, infatti, non sanno di soffrire di ipotiroidismo: se questo viene individuato, va curato prima di intraprendere la gravidanza.

Il dosaggio degli anticorpi, invece, serve per scoprire l’eventuale predisposizione a sviluppare queste disfunzioni, che possono manifestarsi per la prima volta proprio durante la gestazione per via dello sforzo cui è sottoposta la ghiandola nei nove mesi.

La valutazione della funzionalità tiroidea è importante anche in vista di un’eventuale ricorso alla fecondazione assistita, perché le cure ormonali a cui ci si sottopone in questi casi vanno inevitabilmente a influire sulla ghiandola.

Come comportarsi in gravidanza

Le gestanti con ipotiroidismo devono continuare le cure per la loro disfunzione anche durante i nove mesi. Il trattamento dell’ipotiroidismo è cronico e prevede l’assunzione quotidiana, a dosi fisiologiche (cioè sovrapponibili a quelle che sarebbero prodotte dalla tiroide in condizioni normali) dell’ormone tiroxina, sottoforma di levotiroxina sodica.

L’assunzione di levotiroxina non rappresenta un rischio per il nascituro, ma anzi è fondamentale per il suo sviluppo perché va a integrare la produzione ormonale materna che risulta insufficiente. Spetterà al medico adattare il dosaggio ormonale alla nuova condizione della donna.

Nel caso di positività agli anticorpi, invece, la donna dovrà sottoporsi durante la gravidanza a un controllo frequente della tiroide per scoprire sul nascere un eventuale ipotiroidismo e poter intervenire con le cure adeguate. Occorre sottoporsi a un dosaggio degli ormoni tiroidei circa ogni 3-4 settimane per i primi tre mesi di gravidanza (è la fase in cui le richieste alla tiroide materna sono maggiori, perché l’organismo del bambino è in via di formazione) e continuare una volta al trimestre per i restanti sei mesi di gestazione. Se durante la gravidanza gli esami rivelano un ipotiroidismo, è indicata la terapia sostitutiva con levotiroxina.

Per sopperire alle esigenze dell’organismo materno e del feto, la tiroide ha bisogno anche di un’adeguata quantità di iodio (che è un componente essenziale degli ormoni tiroidei) introdotto attraverso la dieta, altrimenti una sua carenza può comportare il rischio che si sviluppi un’insufficienza tiroidea in corso di gravidanza e che, in seguito, possa svilupparsi un gozzo nodulare (aumento di volume della tiroide, con formazione di noduli).

Per questo tutte le donne in gravidanza, anche quelle la cui tiroide è in perfetta salute, dovrebbero assumere quotidianamente iodio, per esempio sostituendo il sale da cucina tradizionale con sale iodato. Può essere inoltre raccomandata durante la gravidanza e l'allattamento l'assunzione, su consiglio medico, di integratori multivitaminici contenenti 150 microgrammi di iodio.

Cosa fare dopo il parto

Il 5% delle neomamme va incontro a una disfunzione della tiroide (chiamata tiroidite post partum) nei 12 mesi successivi al parto, che può, se non trattata, portare all’ipotiroidismo. Questo succede in particolare in chi ha gli anticorpi anti-tiroide che possono attivarsi subito dopo il parto e attaccare il loro bersaglio.

Se, infatti, durante la gravidanza il sistema immunitario materno attraversa una sorta di fase di tolleranza per non attaccare il bambino (che per metà ha il patrimonio genetico paterno e quindi è un’entità esterna e potenzialmente attaccabile), dopo la nascita le difese materne si risvegliano. Per questo, anche nei mesi successivi al parto, le donne nelle quali sono presenti gli anticorpi anti-tiroide dovrebbero sottoporsi a un monitoraggio della funzionalità della ghiandola, secondo i tempi consigliati dal medico (sia esso il ginecologo o lo specialista in endocrinologia).

Valeria Ghitti

CONSULTA L’ARCHIVIO DI DISTURBI E PATOLOGIE
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