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carcinoma prostatico e metastasi ossee

Carcinoma prostatico: come combattere le metastasi ossee

Oggi esistono terapie specifiche per fare fronte a questa complicanza.


Il tumore della prostata può arrivare a coinvolgere anche le ossa, ma grazie a terapie specifiche è possibile affrontare anche questa situazione.

Spesso i tumori che si sviluppano nella prostata restano localizzati all'interno di questa ghiandola.

Esistono però anche delle forme di carcinoma prostatico più aggressive che possono invadere i tessuti circostanti, estendersi ai linfonodi e arrivare a coinvolgere le ossa.

A questo punto il tumore della prostata può essere associato a dolori alle ossa e altre complicazioni, ad esempio fratture ed eccessi di calcio nel sangue.

Per questo uno degli obiettivi fondamentali della terapia del carcinoma prostatico deve essere la prevenzione o il rallentamento dello sviluppo delle metastasi alle ossa.

Non solo, qualora le metastasi ossee fossero già presenti è necessario tenere sotto controllo anche il dolore e le altre possibili complicazioni.

Proteggere le ossa dal tumore

Fortunatamente esiste una classe di farmaci, i bifosfonati, in grado di contrastare crescita delle metastasi e fratture. Un effetto simile può essere ottenuto anche con un altro principio attivo che ha come bersaglio gli osteoclasti, il denosumab, che può essere utile anche quando i bifosfonati non sono più efficaci. Vediamo come agiscono.


Bifosfonati
Agiscono rallentando gli osteoclasti, le cellule che degradano l'impalcatura minerale delle ossa e che spesso diventano iperattive in presenza di metastasi ossee
DenosumabOltre a contrastare le fratture può anche rallentare la diffusione del tumore alle ossa.


In entrambi i casi, però è necessario che la somministrazione del farmaco sia associata all'assunzione di calcio e vitamina D per prevenire i rischi di una carenza di calcio.

Una battaglia contro il dolore

I bifosfonati possono aiutare anche a contrastare il dolore provocato dalle metastasi. Da questo punto di vista possono però essere utili anche antidolorifici come l'ibuprofene o la morfina, i corticosteroidi o la radioterapia.

Quest'ultima aiuta a ridurre il dolore soprattutto se è limitato a una o poche zone. Inoltre la radioterapia può aiutare a contrastare altri sintomi riducendo le masse tumorali localizzate in altre parti del corpo. Per un'azione più mirata alle ossa bisogna invece fare affidamento sulla medicina nucleare.

Radioattività amica

La medicina nucleare sfrutta l'azione dei cosiddetti radiofarmaci, molecole contenenti elementi radioattivi che una volta iniettate in vena vanno a localizzarsi nelle aree delle ossa in cui si è diffuso il tumore. Qui uccidono le cellule tumorali proprio grazie alla radioattività che emettono.

Fino a poco tempo fa, i radiofarmaci utilizzati in oncologia erano emettitori di particelle beta: le loro radiazioni penetrano più in profondità nei tessuti, provocando a volte danni anche alle cellule sane che circondano le cellule tumorali.

Inoltre, per le loro caratteristiche fisiche, inducono un danno limitato alle cellule tumorali: questo può essere a volte riparato dalla cellula stessa, che quindi non muore, ma continua a crescere.

Il Radio-223 è il primo radiofarmaco che emette radiazioni alfa: i raggi penetrano per un breve raggio nei tessuti, senza danneggiare le cellule sane. Si accumula nelle aree in cui il tessuto osseo cresce in maniera incontrollata e quindi è mirato sulle cellule tumorali ottenendo, nella maggior parte dei casi la morte, delle cellule stesse.

Le radiazioni alfa non hanno un raggio d’azione elevato, anzi. Sono schermate da un foglio di carta o dalla cute, e quindi non espongono parenti e amici del paziente al rischio di irradiazione.

Silvia Soligon

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