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Bulimia al maschile

Nonostante siano da sempre considerati prettamente “femminili”, la bulimia e altri disturbi alimentari si stanno diffondendo anche tra gli uomini.

Ico tempolettura 4d4ceff10709fc567a3b0d04cf7fe5fe311c0b603cdcdde16d5fa93daf9467a7 Tempo di lettura: 12 minuti

Nonostante siano da sempre considerati prettamente “femminili”, la bulimia e altri disturbi alimentari si stanno diffondendo anche tra gli uomini.

L'attenzione spasmodica per il corpo e la forma fisica a lungo è stata un appannaggio quasi esclusivo del sesso femminile. «Ma oggi, con il mutamento sociale che ha messo al centro l'apparenza, sempre più spesso anche ragazzi e uomini desiderano un corpo più muscoloso, più massiccio, più magro», spiega Laura Dalla Ragione, psichiatra e psicoterapeuta, direttore della rete Disturbi del comportamento alimentare USL 1 dell'Umbria.

«Gli studi scientifici sono concordi nel sostenere che c'è un aumento dell'incidenza dei disturbi del comportamento alimentare negli uomini: fino a qualche decennio fa, il rapporto uomini/donne era 1 a 10-15. Secondo dati più recenti, anche se c'è ancora maggiore prevalenza nel sesso femminile, ne soffre un maschio ogni quattro femmine, e tre contro quattro nel caso del disturbo da abbuffata compulsiva».

Altro dato interessante, l'età: «La bulimia maschile prevale nella fascia 25-35 anni, mentre nell'infanzia, 8-10 anni, e preadolescenza domina ancora l'anoressia nervosa. Aumentano le persone che si ammalano di anoressia o bulimia in età adulta, anche a 40-50 anni, per la prima volta, mentre nel passato prevalevano le ricadute di chi ne aveva sofferto nell'adolescenza». 



Dal genere all'identità

Un disturbo considerato a lungo di genere, viene ormai visto dagli esperti come un problema di crisi di identità. Ma la causa qual è?

«In sintesi, si tratta di nuove forme di depressione», spiega la psichiatra. «La depressione nell'adolescente viene sostituita dal disturbo alimentare, mentre nell'adulto ne prende spesso la forma: in apparenza c'è un ossessione sul corpo, ma in realtà c'è l'idea che attraverso il controllo del fisico e la magrezza si possa dominare la tristezza, la paura di vivere, il senso di inadeguatezza, lo stress. È come se ci fosse una metamorfosi della sofferenza in chiave depressiva, in un mondo dove c'è offerta di cibo abbondante e ossessione per l'apparenza».

Sono patologie con sintomi spesso difficili da trattare: anoressia, bulimia, abbuffata compulsiva, ortoressia, bigoressia (queste ultime due legate al mondo delle palestre e del culturismo, con ore di esercizio fisico estremo, restrizioni alimentari e assunzione di steroidi anabolizzanti, più specifiche del sesso maschile) e vari disordini alimentari non altrimenti specificati. 


Una società bulimica

«Nella popolazione generale la bulimia oggi è arrivata al 70% dei pazienti che soffrono di questi disturbi, contro il 30% dell'anoressia», continua Laura Dalla Ragione. «La grande patologia alimentare attuale è “multicompulsiva”, caratterizzata cioè dal mancato controllo degli impulsi: abbuffate e metodi vari per compensarle e scongiurare l'aumento di peso, a volte correlate con disturbi di tipo sessuale, cleptomania, disturbi della personalità».

«L'ipercontrollo proprio dell'anoressia, con pazienti brave a scuola, perfezioniste, ascetiche, non rappresenta più il disagio contemporaneo: la nostra stessa società è bulimica, più che consumista. Molte ragazze cominciano con l'anoressia, per poi virare verso la bulimia, con obiettivo la perdita di peso, anche attraverso l'attività fisica. Ciò vale sempre di più anche per i maschi, che invece mirano ad avere più muscoli e finalizzano a ciò l'attività sportiva e in palestra, perché domina l'ossessione della scultura delle forme».

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E la famiglia?

In passato, molta responsabilità veniva attribuita alla dimensione famigliare: «Oggi il gran numero dei casi e la grande variabilità delle famiglie di provenienza dei pazienti (di tutti i ceti sociali e di tutte le estrazioni culturali, ricomposte, divise, unite, allargate) ci permette di escludere una correlazione diretta».

La famiglia gioca però un ruolo nel riconoscimento del disturbo e nella sua collaborazione o meno nel trattamento. «Nei maschi spesso ci si accorge ancora più tardi, perché tuttora prevale l'idea che il disturbo alimentare sia una patologia femminile, e quindi anche i medici di base e i pediatri faticano a riconoscerlo».

L’identificazione dei fattori di rischio di questi disordini sarebbe un importante punto di partenza per la loro prevenzione nei più giovani. Accanto agli elementi predisponenti, vanno considerati i fattori protettivi: autostima, corretto introito nutrizionale, incoraggiamento dei genitori, ambienti familiari che incoraggiano la corretta scelta degli alimenti e la pratica regolare di attività fisica.

La difficoltà della diagnosi

Si tratta di patologie complesse, nelle quali c'è una “migrazione” da un sintomo all'altro (il 50% dei soggetti anoressici manifesta sintomi anche bulimici, mentre in studi controllati sulla bulimia una percentuale compresa tra il 25 e il 35% dei pazienti ha già sofferto di anoressia) e che spesso vengono rimosse o non riconosciute anche da chi ne soffre, per imbarazzo, paura, fragilità e altre insicurezze (tra le quali il dover chiedere aiuto per una problematica che è percepita come squisitamente femminile) che rendono difficile la diagnosi e meno precoce il trattamento.

I disturbi alimentari al maschile

In generale, i disturbi del comportamento alimentari al maschile hanno alcune caratteristiche peculiari rispetto a quelli femminili.

La preoccupazione dell'uomo è maggiormente focalizzata sulla muscolatura e la prestanza fisica. L'iperattività fisica è il comportamento più presente (minore la restrizione alimentare o il vomito autoindotto, raro l'uso di lassativi e diuretici).

C'è una minore disposizione a chiedere aiuto agli specialisti, anche per l'idea che non ci siano professionisti specializzati nel trattarli al maschile.

Tra i fattori che predispongono al rischio di ammalarsi, ci sono traumi nella storia personale, obesità infantile, omosessualità, comorbilità psichiatriche, sport agonistici.

I disturbi del comportamento alimentare più diffusi tra gli uomini sono quello da alimentazione incontrollata e la bulimia nervosa.

La diagnosi di bulimia nervosa: i sintomi

La diagnosi di bulimia nervosa si basa su alcuni comportamenti ben definiti che guidano lo specialista.

Innanzittutto il paziente si lascia andare a ricorrenti abbuffate, caratterizzate da due elementi: il mangiare per un tempo definito (per esempio due ore) una quantità di cibo molto superiore a quella che mangerebbe la maggior parte delle persone, unita alla sensazione di perdita di controllo (non riuscire a smettere o a tenere d'occhio cosa e quanto si sta mangiando).

Le abbuffate sono poi seguite da comportamenti compensatori per cercare di evitare l'aumento di peso: vomito, lassativi, diuretici e altri farmaci, digiuno, eccessivo esercizio fisico, ecc.

Abbuffate e tentativi di “rimediare” devono avvenire almeno due volte alla settimana, per tre mesi.

Tutti questi comportamenti favoriscono l'insorgere di varie complicanze: alterazioni metaboliche, dei valori sanguigni e del sistema immunitario, disturbi gastrointestinali e del fegato, problemi ai denti, stipsi e anche complicanze cardiache.

Alimentazione incontrollata: non è bulimia nervosa

La bulimia viene spesso confusa con il diffuso disturbo da alimentazione incontrollata, che però rientra tra i disturbi del comportamento alimentare non altrimenti specificati.

«C'è la tendenza a credere che la bulimia sia l'opposto dell'anoressia. In realtà chi soffre di bulimia può anche essere estremamente magro o normopeso, perché è una strategia di controllo del peso, attraverso il vomito indotto e molta attività fisica» spiega Laura Della Ragione.

Il disturbo da alimentazione incontrollata, al contrario, è responsabile di quadri di obesità (ne è affetto il 30% dei pazienti obesi che richiedono una cura ed è quasi sempre presente con un indice di massa corporea superiore a 40) e colpisce moltissimo gli uomini, in un rapporto con le femmine di due a tre.

Conosciuto anche come binge eating disorder e distinto dalla bulimia dagli anni ‘90, è caratterizzato dalle abbuffate (mangiare, preferibilmente, dolci ricchi di calorie, molto rapidamente, senza avere fame e fino a sentirsi spiacevolmente pieni, da soli e provando sensi di colpa) non accompagnate però da strategie compensatorie per il controllo del peso.

Spesso il disturbo da alimentazione incontrollata è nascosto e confuso in una normale obesità e non viene riconosciuto nemmeno dalla persona che ne soffre e che, infatti, non si spiega perché ogni dieta che tenta fallisce.

Il paziente che ne soffre ha un quadro psichico più complesso, con maggiore distorsione dell'immagine corporea e ansia associata all'aumento di peso. In comune con la bulimia c'è l'insoddisfazione per l'aspetto fisico, la bassa autostima, l'idealizzazione delle diete.

Le terapie

La terapia dei disturbi del comportamento alimentare prevede vari interventi di tipo medico.

Per la bulimia nervosa c'è una specifica terapia farmacologica, la fluoxetina, un antidepressivo della classe SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina).

Anche la psicoterapia è uno dei trattamenti d’elezione, in associazione alla terapia nutrizionale. I trattamenti devono essere ritagliati in base alle caratteristiche dei singoli pazienti e devono essere accettabili per il malato e per la sua famiglia, che va sempre coinvolta.

Nei casi che riguardano adolescenti si può ottenere un esito soddisfacente anche solo con la psicoterapia.

In ogni caso, la cura dei disturbi alimentari deve articolarsi in diversi livelli di trattamento: regime ambulatoriale o riabilitativo (in un centro diurno) o ricovero ospedaliero, a seconda della gravità della malattia.

Il regime ambulatoriale rappresenta l’approccio di base e nel 60% dei casi è in grado di portare il paziente a guarigione, senza modificarne l’assetto di vita. È adatto per pazienti con sintomi fisici e psicologici stabili e motivati al trattamento, con il sostegno della famiglia e sintomi di breve durata.

Un trattamento di tipo riabilitativo in strutture residenziali o semi-residenziali è indicato quando il trattamento ambulatoriale non è sufficiente (per esempio il paziente non è molto motivato o ha comportamenti patologici nel controllo del peso e dell'alimentazione, come il vomito indotto), ma le condizioni mediche sono stabili e non c’è necessità di cure intensive, mentre invece è indispensabile, per esempio, separare il paziente dal contesto familiare.

Il regime di ricovero in clinica, chiamato anche “presidio salvavita” perché il paziente è anche a rischio di morte, viene utilizzato quando c'è una seria compromissione delle condizioni di salute della persona, che quindi vanno ripristinate prima di affrontare il percorso terapeutico mirato al disturbo del comportamento alimentare.

Mariateresa Truncellito

CONSULTA L’ARCHIVIO DI DISTURBI E PATOLOGIE
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