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Pubblicato: 7 Giugno 2014 Ultimo aggiornamento: 17 Ottobre 2019
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Tumore della prostata: farmaci e ormoni

La terapia ormonale è la prima scelta nel trattamento di un carcinoma prostatico, ma a volte è necessario fare affidamento anche su altri farmaci.

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La terapia ormonale è la prima scelta nel trattamento di un carcinoma prostatico, ma a volte è necessario fare affidamento anche su altri farmaci.

Il tumore alla prostata è particolarmente diffuso negli uomini dopo i 50 anni. 

I sintomi sono variabili: il tumore prostatico è silente nelle prime fasi, mentre in quelle più avanzate possono manifestarsi difficoltà nella minzione (cioè a urinare) accompagnate da dolore e/o sangue nell’urina o nello sperma oppure dalla sensazione di non riuscire a completare la minzione

Spesso questi sintomi possono essere confusi con quelli di altri disturbi della prostata, come la prostatite e l’ipertrofia prostatica benigna. 

L’eziologia del tumore prostatico, cioè la spiegazione delle sue cause, non è ancora ben chiara. Tuttavia, nel corso degli anni sono stati identificati alcuni fattori di rischio, tra cui l’età (il rischio di proliferazione incontrollata delle cellule della prostata cresce con l’aumentare degli anni), ma anche obesità, etnia e storia familiare pregressa. 

Purtroppo non esiste una prevenzione specifica per questo tipo di tumore, quindi valgono alcune regole generali volte a migliorare il benessere dell’organismo: 

  • mangiare molta frutta e verdura, riducendo l’apporto di grassi e carne rossa/insaccati
  • svolgere regolarmente attività fisica – anche non intensa – per mantenere il peso nella norma, riducendo così i rischi correlati all’obesità (alcuni recenti studi sembrano dimostrare che l’attività fisica, grazie agli effetti cardiovascolari che comporta, può aiutare anche a contrastare e ridurre gli effetti collaterali dovuti ad alcuni trattamenti del tumore prostatico). 
  • eseguire dei controlli di routine (ed eventualmente visite urologiche programmate) in grado di evidenziare eventuali anomalie alla prostata.  

Quando si ha a che fare con un tumore prostatico l’approccio terapeutico migliore dipende da fattori anche molto diversi fra di loro, tra cui l’età del paziente, la velocità di crescita della massa tumorale, gli effetti collaterali legati alla terapia. 

La terapia ormonale

Fra le possibili opzioni di trattamento è inclusa la terapia ormonale, che rappresenta l'approccio preferenziale nel caso in cui il cancro abbia già formato delle metastasi, o sia ad alto rischio di sviluppare delle recidive. Da sola, la terapia ormonale non cura il cancro alla prostata, ma può essere un aiuto importante per rallentare la progressione della neoplasia in stato avanzato e alleviare i sintomi, in modo da contribuire in maniera importante al miglioramento della qualità della vita. 

Ma come agisce la terapia ormonale? Gli ormoni androgeni, e in particolare il testosterone, determinano la crescita delle cellule della prostata: il tessuto muscolare di questa ghiandola è infatti ricco di recettori per il testosterone, che viene rilasciato in maniera sempre più elevata con il passare degli anni. Lo scopo della terapia ormonale è quindi quello di bloccare gli effetti del testosterone, arrestando la sua produzione e il suo rilascio o facendo in modo che non interagisca con i recettori presenti sulle cellule della ghiandola prostatica.

I farmaci maggiormente utilizzati per la terapia ormonale sono agonisti o antagonisti dell'ormone GnRH (molecole che bloccano la cascata ormonale che porta alla sintesi del testosterone) oppure antiandrogeni (principi attivi che impediscono al testosterone di stimolare la crescita del tumore). L’effetto di queste due classi di molecole è quindi quello di diminuire l’effetto degli androgeni: si dice quindi che generano un blocco androgenico.

La terapia ormonale può essere somministrata in diversi modi:

- iniezioni volte a fermare la produzione di testosterone 

- compresse per bloccarne gli effetti 

- una combinazione dei 2: in tal caso l’azione è potenziata, e si ottiene il cosiddetto blocco androgenico (o deprivazione androgenica) totale.

La terapia ormonale, tuttavia, non è priva di effetti collaterali. Quelli più comuni sono legati all’azione del testosterone su altri tessuti/apparati, e di solito scompaiono nel momento in cui viene interrotto il trattamento. Tra gli effetti collaterali più comuni ci sono la perdita del desiderio sessuale e la disfunzione erettile (quest’ultima più comune con le iniezioni rispetto alle compresse). Al di fuori della sfera sessuale, altri possibili effetti collaterali del trattamento ormonale sono le vampate di calore, la sudorazione eccessiva, l’aumento di peso, il gonfiore delle mammelle. 

Un'alternativa alla terapia ormonale è la rimozione chirurgica dei testicoli (orchiectomia). Anche in questo caso, è bene ricordarlo, si tratta di un trattamento che non cura il tumore alla prostata, ma – determinando la rimozione definitiva del testosterone circolante – permette di tenere sotto controllo la crescita della massa tumorale e i sintomi associati alla patologia. A seguito di un’orchiectomia la riduzione dei livelli di testosterone è più rapida, ma in realtà l'efficacia a lungo termine è molto simile a quella dei farmaci usati nella terapia ormonale. Anche a fronte degli importanti risvolti psicologici che possono accompagnare un intervento chirurgico di questo genere, quindi, molti uomini preferiscono il trattamento ormonale per bloccare gli effetti del testosterone sulla prostata.

La terapia ormonale può anche essere utilizzata in associazione ad altri trattamenti, in particolare prima o dopo la radioterapia e l’intervento chirurgico di rimozione della massa tumorale.

Nel caso venga effettuata prima si parla solitamente di terapia neoadiuvante e ha il compito di ridurre il più possibile le dimensioni del tumore prostatico, in modo che l’intervento chirurgico sia meno invasivo e/o la radioterapia più efficace. Di solito la terapia neoadiuvante – che dura in genere pochi mesi – viene utilizzata per il trattamento di tumori che sono ancora confinati alla ghiandola prostatica e alla capsula prostatica, ma che sono ad alto rischio di diffusione nei tessuti adiacenti (o hanno già invaso le zone circostanti, ma non si sono ancora diffusi in aree del corpo più lontane). 

Quando invece viene utilizzata dopo un intervento chirurgico o un ciclo di radioterapia, la terapia ormonale viene definita adiuvante. È particolarmente indicata per ridurre il rischio che il tumore si possa ripresentare (cioè che si sviluppi una recidiva) o che cellule tumorali “sopravvissute” possano generare – viaggiando attraverso il sangue e/o i linfonodi – delle metastasi in altre parti del corpo. Come tutte le terapie ormonali, anche quella adiuvante non è priva di effetti collaterali: per questo viene utilizzata solo nei casi in cui il tumore prostatico è ad alto rischio di diffusione. La sua durata è molto variabile e in genere è più lunga di quella neoadiuvante: può durare fino a 2-3 anni, ma alcuni pazienti (in un’ottica di prevenzione e di bilanciamento tra effetti collaterali e benefici) la assumono per tutta la vita. 

Gli altri trattamenti a base di farmaci

Come per molti altri tipi di tumore, la chemioterapia è spesso utilizzata quando il cancro alla prostata si è diffuso in altre parti del corpo (cancro alla prostata metastatico). La chemioterapia può quindi contribuire ad aumentare l’aspettativa di vita e ad alleviare i sintomi legati al tumore, primo tra tutti il dolore. Esistono diversi tipi di farmaci chemioterapici: per esempio, nel caso in cui il tumore alla prostata diventi resistente alla terapia ormonale, si può optare per medicinali in grado di distruggere o tenere sotto controllo la moltiplicazione delle cellule cancerogene, riducendo la massa del tumore: i trattamenti più comuni sono quelle a base di docetaxel e cabazitaxel

Come la terapia ormonale, anche la chemioterapia non è priva di effetti collaterali (che dipendono dall’effetto dei medicinali sulle cellule sane, come ad esempio quelle del sistema immunitario). I principali effetti collaterali legati alla chemioterapia includono infezioni frequenti, perdita di capelli (alopecia indotta), stanchezza e spossatezza anche a fronte di sforzi modesti, nausea e vomito, perdita di appetito, lesioni alla cavità orale (come le afte), che si presenta dolorante. Molti di questi effetti collaterali, comunque, possono essere prevenuti o controllati con altri farmaci che il medico di fiducia o l’oncologo possono prescrivere.

Parallelamente, è possibile fare affidamento su alcuni farmaci antiangiogenici, ormai in fase avanzata di sperimentazione clinica. Queste molecole agiscono bloccando la formazione di nuovi vasi sanguigni, impedendo così alla massa tumorale di nutrirsi. 

Inoltre nel caso del carcinoma prostatico con metastasi ossee è oggi possibile fare affidamento su un innovativo radiofarmaco, il radio 223, che sfruttando le sue caratteristiche fisiche lega il calcio nelle aree di metastasi ossee e distrugge le cellule tumorali; il suo impiego permette di ridurre le dosi di radiazioni normalmente utilizzate per trattare le metastasi ossee e i possibili effetti collaterali della terapia. Come per la terapia ormonale, quindi, viene spesso utilizzato prima del trattamento radioterapico.

Infine, un’altra categoria di farmaci utilizzata nel caso la terapia ormonale risulti poco efficiente sono i corticosteroidei: anche questi medicinali – come per esempio il desametasone, che si è dimostrato tra i più efficaci – agiscono impedendo la crescita ulteriore della massa tumorale, cercando di ridurne il volume. 


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