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Pubblicato: 14 Ottobre 2020 Ultimo aggiornamento: 14 Ottobre 2020

Radiografia, cos'è e a cosa serve

È un esame non invasivo, a basso costo e che non espone i pazienti ad alte dosi di radiazioni. La radiografia è utilizzata soprattutto in ambito ortopedico e per lo studio dei polmoni.

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Rendere visibile l’invisibile: lo straordinario potere dei raggi X è stato scoperto nel 1895 da Wilhelm Conrad Röntgen, il fisico che ne descrisse le proprietà facendo “impressionare” su pellicola la mano della moglie. Un’invenzione che ha cambiato la storia della medicina e che, nelle sue caratteristiche essenziali, è rimasta uguale fino ai giorni nostri, come spesso accade ai prodotti dell’ingegno davvero rivoluzionari. 

«La radiografia è un esame che rientra nella diagnostica per immagini e che utilizza radiazioni ionizzanti, i famosi raggi X, che attraversano il corpo del paziente e consentono di ottenere informazioni sugli organi interni», spiega Luca Sconfienza, responsabile dell’Unità operativa di Radiologia Diagnostica e Interventistica all’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi e professore ordinario di Diagnostica per immagini e Radioterapia presso l’Università degli Studi di Milano. 

«I raggi X attraversano molto facilmente i tessuti molli – come i muscoli o gli organi addominali – cioè quelli che oppongono bassa resistenza al passaggio delle radiazioni, mentre attraversano più difficilmente tessuti duri, come ossa e denti che sono così molto evidenziati e possono essere studiati in modo agevole. E questo è il motivo per il quale le ossa sono state il primo campo di applicazione della radiografia, dove continua a essere molto utilizzata». 

Ci sono però anche altri ambiti di utilizzo: «Per esempio nello studio dei polmoni: la gran quantità d’aria che contengono funziona da mezzo di contrasto naturale per il tessuto polmonare, consentendo di evidenziare la presenza di noduli o addensamenti che possono essere spia di una patologia».  

Da un punto di vista concettuale, la radiografia è ancora la stessa della fine dell’Ottocento: «Così come è stata inventata è arrivata fino al 2020, senza variazioni sostanziali», conferma l’esperto.«Si sono però evoluti una serie di aspetti tecnici: nel passato si utilizzavano pellicole radiografiche un po’ modificate, che oggi sono state sostituite da apparecchiature digitali - software e hardware esattamente come quelli del cellulare - che riportano le immagini su un dispositivo elettronico, cioè lo schermo di un computer. Il vantaggio è, come succede per tutte le immagini digitali, che le radiografie possono essere archiviate per sempre, senza il rischio di danneggiarsi. Ma, soprattutto, ciò ha consentito di abbattere drasticamente la dose di radiazioni che viene somministrata al paziente, migliorando in maniera significativa anche la qualità dell’esame stesso».

I campi di utilizzo della radiografia

«L’indagine radiografica è sempre la prima nello studio del polmone, come si è reso evidente anche durante la pandemia», continua Luca Sconfienza. «L’aria che funge da mezzo di contrasto consente di evidenziare anche alterazioni minime, per esempio la presenza di polmoniti interstiziali o polmoniti comuni, oltre a noduli, che possono essere possibili spie di tumori, versamento pleurico e così via. Il radiogramma ha poi un ruolo fondamentale nello studio dell’apparato muscolo-scheletrico perché le ossa hanno un ottimo contrasto rispetto ai tessuti circostanti e perciò rappresenta il primo approccio diagnostico nel caso di artrosi o fratture. È l’esame di prima scelta perché ha un costo sia economico sia biologico molto basso: rispetto alla Tac, la dose di radiazioni è cento volte inferiore, a fronte di un risultato diagnostico molto buono in alcuni ambiti». 

La lettura della radiografia è possibile grazie al processo di “attenuazione del fascio di radiazioni”: «In parole semplici, ci sono tessuti che lasciano passare più radiazioni e tessuti che ne lasciano passare meno, e la differenza assomiglia quella che c’è tra occhiali da sole e occhiali da vista: questi ultimi fanno passare tutta la luce, mentre i primi sono più “densi”, fanno passare meno luce e quindi proteggono i nostri occhi. Il radiologo che esamina la radiografia va a cercare queste differenze di opacità: in un polmone che dovrebbe essere trasparente, perché l’aria non trattiene i raggi X ma li lascia passare, se c’è un’area più chiara, più “radio-opaca” in termini tecnici, potrebbe esserci un addensamento o un nodulo. Allo stesso modo, l’osso normalmente è una macchia bianca continua: se la radiografia mostra aree con una densità diversa, quindi una diversa attenuazione dei fasci di radiazioni, è possibile che ci sia una patologia». Esistono insomma una serie di “segni” specifici, a seconda del distretto corporeo interessato, che l’esperto interpreta e segnala allo specialista (pneumologo, ortopedico, chirurgo, medico dello sport ecc.). 

L’accuratezza dell’esame dipende molto dall’operatore, e quindi dall’esperienza del radiologo: «Vale in generale per tutte le tecniche o metodiche mediche, compresi gli esami di laboratorio. Più che nell’esecuzione della radiografia, per la quale ci sono linee guida tecniche standard, è importante il tipo di apparecchiatura con cui viene eseguita, perché ne condiziona la qualità, e l’esperienza dell’operatore che legge l’esame. La radiologia abbraccia tante specialità, perciò il radiologo viene formato per leggere un esame sia del torace sia del femore, ma essendo la patologia umana assai vasta, è chiaro che ci sono centri e radiologi più specializzati in un ambito che in un altro. Elemento che va considerato per ottenere un esame che sia il più accurato possibile: a seconda della necessità, è bene rivolgersi a un centro di eccellenza per la patologia ortopedica o per quella polmonare e così via». 

Radiografia, Tac o risonanza?

La radiografia resta insostituibile nonostante oggi disponiamo di tecniche di diagnostica per immagini – ecografia, risonanza, Tac ecc. - che possono sembrare più avanzate: «Intanto, non si tratta, come molti pensano di “esami più approfonditi” o “più accurati”: semmai, per ogni quesito diagnostico esiste un esame più appropriato», precisa Luca Sconfienza. «La Tac del polmone può essere più accurata della radiografia del torace nello studio di una patologia specifica, ma la macchina più tecnologicamente avanzata non sempre è “meglio” dell’indagine di base. La radiografia rimane indispensabile in molti casi per le ragioni già sottolineate, ovvero basso costo e bassa dose di radiazioni. Una tosse persistente può richiedere un’indagine per un sospetto di polmonite, e in questo caso una radiografia è più che sufficiente per confermare o smentire. In caso di sintomi più sfumati può essere necessario un esame più sofisticato, come una Tac. Lo stesso vale per la risonanza magnetica: può essere il primo esame in un giovane atleta con dolori al ginocchio e una sospetta lesione in fase iniziale, per esempio della cartilagine; ma per l’adulto sedentario o l’anziano con un problema analogo nel quale la causa più probabile è una patologia artrosica degenerativa, la radiografia è l’esame corretto da cui far partire l’indagine diagnostica». 

È vero, però, che l’avvento di nuove tecnologie e metodiche, come la Tac, ha reso quasi del tutto superato l’utilizzo della radiografia effettuata con mezzo di contrasto, che resta confinata ad alcuni ambiti, in pochi casi (per esempio per il tubo digerente). 

In generale, poiché la radiografia è un esame rapido e indolore, poco invasivo, ai pazienti “piace” e a volte sono loro stessi a richiederlo al medico di base. Ma ci sono anche dei casi in cui non è quello giusto? «Sono rari, e riguardano una percentuale selezionata di pazienti. Nel 90% dei casi in cui serve un esame di diagnostica per immagini, la radiografia è appropriata come prima scelta», risponde il radiologo. «Ci sono dei casi però in cui la radiologia, e in generale la diagnostica per immagini non servono. Per esempio nel caso del mal di schiena: un dato noto è che per una generica lombalgia, una radiografia nelle prime 6-8 settimane dall’insorgenza del dolore non modifica la terapia perché non fornisce informazioni rilevanti». 

Controindicazioni

Ci sono controindicazioni alla radiografia o alla sua ripetizione frequente, come avviene nel caso della Moc per valutare lo stato di salute dell’osso per chi soffre di osteoporosi? «Nella quotidianità siamo già esposti a una certa quantità di radiazioni ambientali, che corrisponde all’incirca a una cinquantina di radiografie del torace all’anno. In generale, c’è attenzione alla radioprotezione ed esiste una normativa ad hoc, la Legge 101 del 2020, che tutela i pazienti: tutte le esposizioni a radiazioni ionizzanti devono essere giustificate e l’esposizione deve essere ottimizzata, cioè va utilizzata la minor quantità di radiazioni necessaria per fare l’esame diagnostico. Da un punto di vista pratico, la dose è globalmente molto bassa e quindi se c’è l’indicazione a una radiografia non è il caso di preoccuparsi, e così anche nel caso sia necessario un controllo annuale per una patologia. Lo stesso vale per la Moc, che viene ripetuta ogni 18-24 mesi e apporta una quantità di radiazioni di una cinquantina di volte inferiore a quelle necessarie per una radiografia del torace». 

In generale, ci sono una serie di valutazioni che tengono conto di sesso, età, salute riproduttiva, aspettativa di vita e così via: per esempio, ci sono limiti di legge che stabiliscono che la donna in gravidanza non vada sottoposta a indagini diagnostiche con radiazioni. «Ma ci sono considerazioni sul singolo evento: se la paziente in gravidanza ha un dolore al ginocchio, probabilmente la radiografia può essere posticipata a dopo il parto; ma se la donna ha un incidente stradale che le causa un pericolo grave, la necessità di una radiografia va valutata nel caso specifico. Infine, tenendo conto che eventuali effetti dannosi delle radiazioni possono manifestarsi anche a distanza di anni, particolare cautela viene applicata in soggetti giovani e in particolare nelle ragazze per tutelarne la salute riproduttiva». 


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