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Epatite C: i sintomi

A causare i sintomi dell’epatite C è il processo di fibrosi epatica, che provoca la perdita di funzionalità del fegato.

Ico tempolettura 4d4ceff10709fc567a3b0d04cf7fe5fe311c0b603cdcdde16d5fa93daf9467a7 Tempo di lettura: 12 minuti

A causare i sintomi dell’epatite C è il processo di fibrosi epatica, che provoca la perdita di funzionalità del fegato.

L’epatite C è un’infiammazione del fegato causata da un virus (Hepacivirus, HCV) che, penetrando all’interno delle cellule epatiche, fa sì che il sistema immunitario le riconosca come qualcosa di estraneo all’organismo e ne induca la morte cellulare, detta necrosi epatica. Le cellule morte vengono man mano sostituite da tessuto cicatriziale, dando luogo al processo di fibrosi epatica che determina la progressiva perdita di funzionalità del fegato.

A seguito del contagio, circa il 60-70 per cento degli individui diventa portatore cronico del virus. Sovraccarico di ferro, steatosi epatica (“fegato grasso”, cioè accumulo di trigliceridi nelle cellule epatiche), obesità e diabete possono contribuire a una progressione più rapida della malattia epatica.

Una volta che il tessuto cicatriziale sostituisce gran parte della componente sana del fegato, l’epatite evolve in cirrosi epatica, con grave compromissione delle sue attività, fino al rischio di cancro al fegato. Vi possono essere poi manifestazioni extra-epatiche, come per esempio la crioglobulinemia mista (un’infiammazione dei piccoli vasi sanguigni) e patologie tiroidee.

Quali sono le caratteristiche del virus?

L’hepacivirus è stato identificato nel 1989, ma la sua esistenza era già stata scoperta negli anni ’70, poiché determinava una forma di epatite diversa dalle già note epatite A e B (causate dai virus HAV e HBV) e perciò chiamata non-A, non-B. Successivamente sono state identificate sette varianti virali dell’HCV, caratterizzate da specifici genotipi, diversamente distribuite nel mondo e con diversa risposta alle terapie antivirali: la definizione del genotipo è quindi fondamentale per stabilire il tipo e la durata della terapia.

Quanto è diffusa l’epatite C

«L’epatite C colpisce circa l’1-2% della popolazione mondiale, che corrisponde a circa 150 milioni di individui infetti», spiega Stefano Fagiuoli, direttore dell’Unità complessa di gastroenterologia, epatologia e trapiantologia dell’ospedale Papa Giovanni XXIII, Bergamo.

«Alcune stime – prosegue l’esperto – indicano che sarebbero circa un milione i soggetti infetti dal virus HCV in Italia; tuttavia il valore reale risulta difficile da quantificare per mancanza di dati epidemiologici validi. L’unico dato verificato riporta che i pazienti formalmente seguiti e registrati dai centri sanitari specializzati di cura siano circa 300.000, dei quali 75.000 già trattati; mentre non è possibile quantificare i casi non diagnosticati».

«Ogni anno si verificano nel nostro Paese quasi 1.000 nuovi casi di infezione HCV. L’obiettivo dell’eliminazione dell’epatite C potrà essere raggiunto solo associando l’azione di trattamento di tutti i casi conosciuti con l'individuazione, per quanto possibile, dei casi di infezione “sommersa”».

L'Italia è il Paese europeo con il maggior numero di persone positive al virus dell'epatite C e le regioni del sud sono le più colpite (Campania, Puglia e Calabria). Negli ultimi decenni l’incidenza è notevolmente diminuita nei Paesi occidentali, per una maggior sicurezza nelle trasfusioni di sangue e per il miglioramento delle condizioni sanitarie.

Le vie di trasmissione del virus

In Europa l'uso di droghe per via endovenosa, con siringhe contaminate da sangue infetto, è diventato il principale fattore di rischio per la trasmissione di HCV.

La malattia può essere però contratta anche attraverso:

- l’esecuzione di tatuaggi e body piercing in ambienti non igienicamente protetti o con strumenti non sterilizzati

- la trasmissione dell’infezione per via perinatale al proprio figlio

- la trasfusione di sangue non sottoposto a screening

- tagli/punture con aghi/strumenti infetti in contesti ospedalieri

- la condivisione dei dispositivi per l’assunzione di droghe inalabili e di spazzolini dentali o spazzole da bagno contaminati (eventualità alta per esempio nelle carceri, dove sono state avviate campagne di informazione e prevenzione della malattia) in presenza di minime lesioni della cute o delle mucose.

Infine, anche se l’epatite C non è facilmente trasmissibile per via sessuale, rapporti non protetti e con più partner aumentano il rischio.

I sintomi: come si manifesta la patologia

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La fase acuta dell’infezione del virus dell’epatite C è quasi sempre asintomatica, tanto che la patologia è definita un “silent killer” perché non mina immediatamente la salute, almeno in apparenza.

Appena contratta l'infezione, il paziente può manifestare febbre, senso di stanchezza, inappetenza, dolore di stomaco, urine scure, ittero, nausea e vomito, dolori ai muscoli e alle giunture, mancanza di concentrazione, ansia e depressione. Ma in genere sono sintomi transitori e per molti anni la malattia non dà segni di sé.

La cronicizzazione dell’epatite, che si verifica in più del 70% dei pazienti, si può manifestare con alterazione del normale valore delle transaminasi e con l’insorgenza della fibrosi epatica.

Le complicanze

La cronicizzazione dell’epatite C può comportare:

- la formazione di varici nell'esofago e nello stomaco, che, rompendosi, causano emorragie;

- l'ingrossamento della milza, con conseguente anemia, calo dei globuli bianchi e delle piastrine;

- l'ittero (accumulo nel sottocute del pigmento biliare);

- l’ascite (accumulo di liquido nell'addome);

- la riduzione della funzionalità urinaria, con concomitante aumento della creatinina e dell'azotemia.

- l’encefalopatia epatica (accumulo nel cervello attraverso il sangue di sostanze tossiche che il fegato non riesce più a smaltire), che determina un cattivo funzionamento cerebrale fino a uno stato confusionale e al coma.

Inoltre, l’epatite C è la causa principale delle cirrosi, dei tumori al fegato, dei trapianti di fegato e dei decessi nei pazienti infettati anche dal virus dell’HIV. Il 20 per cento delle persone positive all’HCV è infatti co-infetta con l’HIV. Le due infezioni risultano associate in particolare nelle persone tossicodipendenti.

La diagnosi

Non sempre le analisi del sangue di routine sono in grado di identificare l’infezione da HCV: se si ritiene di essere esposti al rischio del virus è bene consultare il proprio medico curante.

Gli esami diagnostici specifici sono:

- test dell’alanina amino transferasi (ALT) e dell’aspartato transaminasi (AST): l’aumento di questi due specifici enzimi (conosciuti anche come GPT e GOT) segnala la presenza del virus nel sangue;

- test Elisa (Enzyme Linked Immunosorbent Assay) e Risa (Recombinant Immunoblot Assay): misurano i livelli degli anticorpi specifici prodotti dall’organismo in risposta all’attacco del virus;

- test PCR (Polymerase Chain Reaction): individua il materiale genetico del virus in campioni biologici, una volta determinata la presenza di anticorpi nel sangue;

- test RFLP (Restriction Fragment Lenght Polymorphism): determina i genotipi del virus.

Una volta diagnosticata, può essere eseguita una biopsia epatica, per determinare il grado di infiammazione del fegato, l’eventuale presenza di fibrosi e lo stadio della malattia. Per determinare la gravità della fibrosi viene utilizzata l’elastografia epatica (un sistema di misurazione non invasivo della “rigidità” del tessuto epatico) tramite fibroscan. Gli esami restano poi indispensabili per il monitoraggio dell'andamento della malattia e delle cure.

Come si cura l'epatite C

Gli obiettivi delle terapie sono inattivare il virus, bloccare la progressione della malattia e prevenire il tumore al fegato. Il tipo e la durata del trattamento dipendono da diversi fattori: il genotipo del virus, lo stadio di fibrosi, l’indice di massa corporea (BMI), ecc.

Per decenni il trattamento si è basato sulla cosiddetta “duplice terapia”, una combinazione tra interferone e ribavirina. La ricerca scientifica su nuove molecole ha permesso lo sviluppo degli antivirali ad azione diretta di prima generazione (DAAs). Inoltre per i pazienti con epatite C genotipo 1 è stata resa disponibile una “triplice terapia” (interferone pegilato, ribavirina e un inibitore della proteasi, IP), che consente l’eradicazione del virus mediante un innovativo meccanismo d’azione.

Di recente lo sviluppo della seconda generazione di antivirali ad azione diretta ha ulteriormente migliorato le opzioni terapeutiche disponibili permettendo di trattare con successo anche i genotipi diversi dall’1, in molti casi con una durata di trattamento più breve e un ottimo profilo di sicurezza.

Farmaci disponibili per tutti i pazienti

Il primo degli innovativi medicinali antivirali ad azione diretta (DAAs) è disponibile dal dicembre 2014, ma per anni è stato rimborsabile dal Sistema sanitario nazionale solo per alcuni pazienti, selezionati in base a una serie di criteri di priorità stabiliti dall’Aifa (Agenzia italiana del farmaco). «Dal 21 marzo 2017, con la determina n° 500, l’Aifa ha però esteso l’accesso alle cure a tutti i pazienti per i quali è indicata e appropriata la terapia, togliendo ogni precedente limitazione», spiega Stefano Fagiuoli.

«Si tratta di una svolta epocale», commenta Ivan Gardini, presidente dell’associazione EpaC onlus. «Si creano i presupposti per combattere in via definitiva una malattia che nel nostro paese causa circa 10.000 morti all’anno. Un risultato che ci colloca tra le prime dieci nazioni al mondo a garantire l’accesso illimitato alle cure anti-epatite C».

La personalizzazione della terapia

Ulteriori opzioni terapeutiche e combinazioni, ancora più efficaci e con un miglior profilo di tollerabilità e sicurezza, sono già disponibili o lo saranno presto, permettendo una sempre maggiore personalizzazione della cura in base alle caratteristiche del paziente.

Spiega Massimo Galli, professore ordinario di Malattie infettive, Università degli Studi di Milano: «Non è solo questione di genotipo, gli specifici bisogni terapeutici che caratterizzano le diverse popolazioni di pazienti con epatite C costituiscono un vero e proprio “mare magnum”. Diverso grado di fibrosi, cirrosi, co-infezione HCV-HIV, comorbidità di differenti entità (diabete, malattie caridovascolari, danno renale), precedenti fallimenti del trattamento: sono moltissime le condizioni che possono complicare ulteriormente il quadro clinico di un paziente con HCV e richiedere una cautela particolare nella definizione della terapia».

L'alimentazione

in caso di infezione da HCV, l'unica raccomandazione sul piano alimentare è l’astensione completa dagli alcolici (vino, birra, superalcolici): l’alcol accelera lo sviluppo della fibrosi epatica e la replicazione virale. Prima di iniziare il trattamento è opportuno che chi è in sovrappeso si sottoponga a dieta, per una migliore risposta alla terapia antivirale. 


Esiste un vaccino per l’epatite C?

Non esiste un vaccino per l’epatite C perché il virus è veloce e aggressivo e quando si replica cambia in continuazione, riuscendo a eludere il sistema immunitario dell'organismo. Ai pazienti affetti da epatite C viene però consigliata la vaccinazione contro le epatiti di tipo A e di tipo B, in modo da scongiurare il sovrapporsi di infezioni che accelererebbero la compromissione del fegato.

Mariateresa Truncellito

CONSULTA L’ARCHIVIO DI DISTURBI E PATOLOGIE
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