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Ipocondria: si può guarire?

La psicoterapia è molto utile per ridurre i sintomi dell’ipocondria, che può arrivare a condizionare pesantemente la qualità di vita di chi ne soffre.

Ico tempolettura 4d4ceff10709fc567a3b0d04cf7fe5fe311c0b603cdcdde16d5fa93daf9467a7 Tempo di lettura: 11 minuti

La psicoterapia è molto utile per ridurre i sintomi dell’ipocondria, che può arrivare a condizionare pesantemente la qualità di vita di chi ne soffre.

Il paziente più famoso è il “malato immaginario” protagonista di una commedia di Molière. Ma chi può dirsi esente dalla paura delle malattie?

Quando però alla normale preoccupazione per la salute, ancora più normale se dovuta alla presenza di sintomi, si sostituisce un'ossessione che inficia addirittura la qualità della vita, si tratta di una reale psicopatologia: l'ipocondria.

«L'ipocondria è proprio la paura di avere una malattia grave», spiega Armando Piccinni, psichiatra dell'Università di Pisa. «Non è classificato tra i disturbi d& 39;ansia, ma tra quelli somatoformi, comunemente definiti “disturbi psicosomatici”».

«Più che sull'immaginazione – aggiunge lo psichiatra – il soggetto che ne è affetto basa la sua convinzione di esserne colpito sulla valutazione personale erronea e ingigantita di sintomi reali: un mal di testa è una “sicura” spia di un tumore al cervello, per esempio. E quindi se la maggioranza delle persone si limita a prendere un antidolorifico, l'ipocondriaco si fa prescrivere una risonanza. Ogni minima sensazione fisica può far scattare un allarme».

Un pensiero ossessivo

«La persona ha questa sintomatologia perseverante e continua, anche alimentata da fantasie su malattie nuove o aggravamento di malattie preesistenti o ripresa di patologie precedenti a suo tempo guarite», continua Armando Piccinni.

Le preoccupazioni possono riguardare sintomi o eventi fisici banali a cui presta attenzione spasmodica, come il sudore, la digestione, un raffreddore, il battito cardiaco, piccole ferite, dolore articolare.

L'ansia può coinvolgere molti apparati, tutti insieme nello stesso momento o in periodi diversi, o un singolo organo. Oppure la fobia può riguardare una specifica malattia, per esempio l'infarto. In ogni caso, chi soffre di ipocondria sente il bisogno insopprimibile di ricorrere a continue visite mediche.

Dubbi insolubili

«Una volta fatto l'esame (un test del sangue, una radiografia, un elettrocardiogramma, una gastroscopia) che certifica la buona salute, l'ipocondriaco può avere un temporaneo sollievo – sottolinea lo psichiatra – che però dura poco: alla serenità subentra il sospetto che l'esame non abbia escluso del tutto la possibilità di avere quella malattia, perché quel sintomo persiste, perché ha letto su Internet che a volte l'esame è falsamente negativo, perché ha sentito dal vicino che anche un’altra persona non aveva niente secondo l'esame, ma poi è morta per un problema al cuore».

E aggiunge: «In generale, un'altra caratteristica della patologia è il fatto che la convinzione del paziente persiste nonostante le rassicurazioni del medico, ripetute visite specialistiche e perfino di fronte all'evidenza di esami, radiografie o altri strumenti diagnostici dall'esito negativo, che dimostrano l'infondatezza delle preoccupazioni».

Il “medical shopping”

Per quanto inutile, la persona non può fare a meno di continuare a farsi vedere da medici, ai quali racconta la storia della sua supposta malattia con ricchezza di particolari.

Il “pellegrinaggio medico” a volte si deve anche a un inevitabile incrinatura nel rapporto di fiducia col medico curante che esaurisce la pazienza, mentre la persona può ritenere di non ricevere terapie adeguate, oltre a rifiutarsi di rivolgersi a uno specialista in psichiatria rimuovendo la possibilità che i suoi siano disturbi mentali.

Il medical-shopping diventa la via obbligata per trovare altri medici disponibili a prescrivere i test diagnostici: «Una volta mi è capitata una paziente che aveva fatto ben 24 gastroscopie», racconta lo psichiatra. «Paradossalmente, l'eccesso di esami diagnostici, talvolta anche invasivi, oltre ai costi per il Servizio sanitario nazionale (e l'inevitabile resistenza dei medici) e personali, può anche comportare rischi per la salute. D'altra parte, c'è anche il pericolo che – dopo una storia prolungata di “malanni immaginari” - sintomi reali possano essere sottovalutati». 



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L'informazione aggrava la malattia

L'ipocondriaco va continuamente in cerca di informazioni su ciò che sospetta di avere, ma ciò non lo rassicura affatto. «Anche perché – continua L'esperto –nell'acquisizione delle informazioni utilizza un “filtro” . Rileva cioè esclusivamente le informazioni negative, infauste, che servono a sostenere e convalidare la sua ipotesi di malattia».

Si allarma se legge o sente parlare di una patologia, se viene a sapere che qualcuno si è ammalato o a causa di osservazioni, sensazioni o eventi che riguardano il suo corpo: una frase innocente come “ti vedo dimagrito” può scatenare le peggiori angosce e ossessioni.

«Al contrario – continua lo psichiatra – chiunque tenti di rassicurarlo sul fatto che non ha niente, che sta bene, non è degno di fiducia. Specialisti della materia compresi. Non serve nemmeno sottolineare l'inutilità di esami che non possono “curare il tarlo del dubbio”, che a breve lo assalirà di nuovo perché non si sente capito».

Quando rovina la vita

«L'ipocondria inficia totalmente la qualità della vita quando raggiunge un'intensità psicotica –sottolinea Armando Piccinni–. La paura delle malattie spesso diventa il principale argomento di conversazione di chi ne soffre e il problema finisce per coinvolgere anche parenti e amici».

L'ipocondriaco può aspettarsi dagli altri maggiori attenzioni per la sua condizione e anche la vita familiare può risentirne: «A volte l'ipocondria manda in crisi la coppia e segna addirittura la fine di matrimoni o relazioni quando il partner non riesce più a gestire la situazione», racconta lo psichiatra.

«Le conseguenze sul lavoro possono essere ripetute assenze per visite ed esami, declino della carriera, fino all'astensione da qualsiasi attività per la paura eccessiva della propria malattia: la persona passa la giornata a palparsi, controllarsi allo specchio, andare a rivedere gli esami, telefonare a medici, cercare ossessivamente informazioni sul web e dedicarsi allo studio delle malattie che pensa di avere, perdendo interesse per qualsiasi altra cosa».

Le cause

Il livello di attenzione nei confronti del corpo è variabile. «Ci sono persone del tutto disinteressate alla salute, altre che ascoltano il corpo e vanno ad approfondire i segnali che manda. Altre ancora hanno paura della malattia e vivono ossessivamente la ricerca di spiegazioni per tali sintomi. Questi ultimi sono i più a rischio ipocondria», spiega Armando Piccinni.

La fobia può manifestarsi a qualunque età, ma più comunemente negli adulti. A volte l'ipocondria si associa a depressione o a un disturbo ossessivo-compulsivo per l'igiene, che spinge a lavarsi continuamente le mani per il timore dei batteri, e può arrivare fino a veri attacchi di panico.

Le persone che ne sono affette in alcuni casi hanno sofferto per malattie gravi durante l'infanzia, proprie o di un familiare. Anche la morte di una persona cara può essere un fattore scatenante, così come altri eventi molto stressanti.

Il disturbo si manifesta negli uomini come nelle donne (con una leggera prevalenza nei primi) e nella pratica medica la diffusione è intorno al 5-6 per cento.

È ereditaria?

«Ci sono anche casi di “ipocondria per procura”, come le mamme terrorizzate dalla possibilità che i figli possano farsi male o avere gravi malattie – continua lo psichiatra. Il bambino può avere ereditato una vulnerabilità dalla madre che lo predispone all'ipocondria: se ciò si unisce al fatto di vivere in un ambiente ansioso, dove scattano frequenti “allarmi” (corri a lavarti le mani, non toccare, ci sono le malattie ecc.), può favorire la manifestazione della psicopatologia anche nel figlio».

L'ipocondria è tendenzialmente cronica, ma può avere anche un andamento clinico altalenante, con periodi in cui la persona è maggiormente ossessionata dalla fobia delle malattie e altri in cui sta meglio. È possibile anche una remissione spontanea, ma ci sono terapie ad hoc.

Il ruolo del medico di famiglia

«La psicologia o lo psichiatra sono generalmente un punto d'arrivo – conferma Armando Piccinni –. I pazienti vi approdano dopo aver visto una sequela infinita di altri specialisti, nei campi più disparati: dermatologi, gastroenterologi, cardiologi, urologi, esperti in malattie infettive, ecografisti».

E aggiunge: «La presa di coscienza autonoma del fatto di essere affetti da una psicopatologia è rara: nella maggior parte dei casi il paziente non viene dallo psichiatra per propria iniziativa, ma indotto da partner, figli, parenti sfiniti. Un ruolo chiave può giocarlo il medico di famiglia: dopo un certo numero di esami e la certezza che non c'è nulla di organico, è corretto indirizzare il paziente da uno psichiatra che potrà a sua volta valutare il quadro della salute generale e formulare la diagnosi».

La cura

«Se il paziente si affida a un esperto, la guarigione è possibile», rassicura Armando Piccinni. «Nell’ipocondria, la forma di psicoterapia più efficace, nei più breve tempo possibile, è la cognitivo-comportamentale».

Una psicoterapia breve, a cadenza di solito settimanale, in cui il paziente ha un ruolo attivo e, con il terapeuta, si concentra sull’apprendimento di modalità di pensiero e di comportamento che servano a spezzare i circoli viziosi della fobia delle malattie, comprendendo cosa succede quando viene preso dalla paura e quali sono i sintomi con cui essa si manifesta, imparando a razionalizzarli.

«Nell'ambito della medicina –aggiunge lo psichiatra – sono d'aiuto anche farmaci che riducono questa sorta di allarme che scatta in maniera repentina e in particolare gli antidepressivi serotoninergici, che alzano la soglia dello stato d'allarme».

E conclude: «Non sempre è possibile liberarsi totalmente dell'ipocondria, che può avere recrudescenze e, a volte, un andamento stagionale, specialmente se si associa a un disturbo dell'umore o a forti stress. Ma riuscire a tenerlo sotto controllo, con periodi di remissione e benessere in cui il paziente è finalmente sereno, è sicuramente un ottimo risultato». 


Mariateresa Truncellito

CONSULTA L’ARCHIVIO DI DISTURBI E PATOLOGIE
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