RISPOSTA DELL'ESPERTO

"Lesioni squamose intraepiteliali di basso grado, evoluzione"

Volevo alcune informazioni sugli esiti del pap test: le lesioni squamose intraepiteliali di basso grado (lgsil) possono essere causate sia da genotipi HPV ad alto rischio che da quelli a basso rischio? È vero che l’eventuale progressione da lesioni di basso grado a lesioni di alto grado è l’evenienza più rara mentre prevalgono la regressione o, meno frequentemente, la persistenza? È vero che l’eventuale evoluzione della patologia sino al carcinoma in situ e al carcinoma invasivo è da considerarsi un’evenienza estremamente rara qualora ci si sottoponga regolarmente ai controlli di volta in volta ritenuti più appropriati e si intervenga tempestivamente sulle lesioni ritenute da trattare?

Il pap test è uno strumento di screening per il tumore del collo dell’utero. Se fatto sistematicamente il suo risultato può essere utilizzato per controllare la progressione del danno da HPV sulle cellule epiteliali del collo uterino, in particolare degli HPV ad alto rischio che sono il determinante fondamentale praticamente di tutti i tumori invasivi del collo uterino. La qualificazione di un HPV a basso o alto rischio può essere fatta eseguendo un HPV-DNA test. La progressione del danno virale implica solitamente tempi lunghi, per cui il passaggio da una lesione di primo grado a un tumore invasivo può implicare anche 10-20 anni. Infatti vi sono molte situazioni in cui la lesione virale viene ripetutamente eliminata con il meccanismo di desquamazione delle cellule lesionate, in particolare se la donna è giovane. In base ai dati della letteratura e dell’esperienza il passaggio da una lesione subclinca di HPV a una displasia di basso grado prima, di alto grado poi e infine a un tumore invasivo è relativamente raro. Se la base fosse 10 milioni di donne con lesione subclinica, possono essere due milioni quelle che avranno una displasia di basso grado, 300 mila quelle con una displasia di alto grado ed infine quelle che arrivano con un tumore invasivo sono circa 15 mila. C’è quindi il tempo per attuare vari interventi che rimuovano il danno virale e che devono essere proporzionati alla entità e alla estensione della lesione, sia in superficie che in profondità. Si potrà così passare dalla semplice osservazione sistematica con pap test e colposcopia con eventuali biopsie, alla asportazione con ansa diatermica o con laser, fino alla isterectomia con linfadenectomia.


Ha risposto Arisi Emilio

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Emilio Arisi

Ginecologo

Laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli studi di Parma, si è specializzato in Ostetricia e Ginecologia nella stessa Università. Dal 1993 al 2010 è stato Direttore della U.O. di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale Regionale “S. Chiara” di Trento dove, dall’inizio del 2002 è stato coordinatore del Dipartimento Materno-Infantile della Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari della Provincia di Trento.

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