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Dopo la prostatectomia radicale. Cosa fare?

L’intervento di rimozione della ghiandola prostatica comporta diverse conseguenze, alcune delle quali permanenti. Per questo il periodo successivo alla rimozione della prostata deve essere gestito con grande cura.
Tempo di lettura: 12 minuti
Ultimo aggiornamento: 10 Febbraio 2021

La prostatectomia radicale è un intervento chirurgico che comporta la totale asportazione della ghiandola prostatica, delle vescicole seminali e di una parte dei linfonodi presenti nella zona circostante.

L’operazione ha lo scopo di eliminare un tumore che abbia colpito la prostata, una patologia che può portare a sintomi caratteristici e che si associa a un aumento del volume della ghiandola prostatica.

Un ingrossamento della prostata e la presenza di alcuni sintomi uro-genitali possono però essere causati anche da altre patologie non di natura neoplastica. Per esempio, soprattutto in età avanzata, è comune che si sviluppi un disturbo chiamato iperplasia (o ipertrofia) prostatica benigna. È quindi sempre bene, soprattutto dopo i 50 anni, sottoporsi ad alcuni esami per monitorare lo stato di salute della prostata e valutare la causa di eventuali sintomi.

Nel caso venga diagnosticato un cancro alla prostata, se la neoplasia non desta preoccupazione, in genere si preferisce aspettare e adottare una strategia definita “sorveglianza attiva”, caratterizzata da esami ripetuti nel tempo (come per esempio il test del PSA o l’esplorazione rettale, eseguita da uno specialista in urologia) per valutare l’andamento della malattia. Nei casi, invece, in cui i risultati di analisi e test abbiano messo in luce la necessità di intervenire, si può ricorrere (soprattutto nei casi in cui il tumore non si sia ancora diffuso ai tessuti circostanti) alla prostatectomia radicale, un intervento eseguito ormai da diversi anni nella pratica clinica.

Prostatectomia radicale: cos’è?

La prostatectomia radicale è un intervento chirurgico, eseguibile con diverse modalità, nel corso del quale l’equipe medica rimuove l’intera ghiandola prostatica, i linfonodi presenti nelle aree prossime al tumore e le ghiandole seminali. I linfonodi del bacino rimossi - linfonodi iliaco-otturatori - vengono poi sottoposti a un’attenta valutazione in quanto possono essere tra le prime “vie di trasporto” delle cellule neoplastiche verso altri distretti anatomici. Capire se sono stati già colpiti può quindi fornire delle indicazioni importanti sulla necessità di ricorrere a trattamenti aggiuntivi, come per esempio la radioterapia.

L’intervento di prostatectomia viene di solito eseguito su pazienti in buone condizioni di salute generale e con un’aspettativa di vita di circa 10 anni. Tuttavia, non ci sono delle ferree linee guida a cui attenersi riguardanti uno specifico limite d’età, ma viene valutata caso per caso la possibilità di ricorrere alla prostatectomia. Inoltre, l’intervento chirurgico viene di solito considerato quando non sono state riscontrate metastasi in altri organi distanti dalla prostata. In caso contrario, il medico valuterà, in alternativa alla prostatectomia, quale trattamento medico e farmacologico possa essere più efficace, anche per evitare alcuni effetti collaterali che l’intervento può comportare.

Nel tempo sono state sviluppate varie tecniche per l’esecuzione della prostatectomia, adattabili a diverse esigenze e situazioni. In genere, le metodiche maggiormente utilizzate comportano un intervento invasivo con accesso perineale o retro-pubico, oppure una laparoscopia, che prevede l’introduzione di strumenti chirurgici e videocamera attraverso piccole incisioni fatte sull’addome. Questa tecnica mini-invasiva comporta minori rischi di sanguinamento e tempi di recupero più brevi e può essere eseguita anche con l’ausilio di un robot chirurgico guidato da un operatore.

Nei casi in cui si scelga invece di ricorrere a un intervento detto “a cielo aperto”, viene eseguita un’incisione nell’addome. Gli esiti e i possibili effetti collaterali della prostatectomia non cambiano a seconda della tecnica operatoria utilizzata.

A intervento terminato, in assenza di complicanze il paziente rimane ricoverato in ospedale per un periodo medio che può variare da una settimana a 10 giorni (e che comunque non è mai inferiore a 3 giorni). Durante questo periodo, al paziente viene inserito un catetere vescicale in modo da raccogliere l’urina e gli vengono somministrati per via endovenosa antibiotici (per scongiurare il rischio di infezioni) e liquidi. La ferita, in caso di intervento più invasivo, può comportare un dolore moderato, trattato grazie ai farmaci antidolorifici. Nei giorni successivi vengono poi rimossi i punti di sutura che sono stati applicati. Una volta concluso il decorso post-operatorio, il paziente inizia una fase di recupero e di monitoraggio.

Infine, in alcuni casi dopo la prostatectomia viene valutata la necessità che il paziente si sottoponga a ulteriori trattamenti terapeutici, come la radioterapia o la somministrazione di farmaci per la terapia ormonale o per la chemioterapia.

Cosa fare dopo la prostatectomia

La rimozione della ghiandola prostatica non è un intervento privo di conseguenze per gli uomini che vi si sottopongono. Ci sono tre principali effetti collaterali, alcuni inevitabili, altri invece che non sempre vengono riscontrati e che possono manifestarsi con diversi livelli di gravità, peggiorando la qualità della vita del paziente: l’assenza di eiaculazione, l’incontinenza urinaria e la compromissione della funzione erettile.

L’asportazione delle vescicole che contengono il liquido seminale porta all’assenza di eiaculazione. Si tratta di una conseguenza inevitabile che spinge alcuni pazienti, che desiderano avere figli, a depositare il proprio sperma in una “banca del seme” prima di sottoporsi all’intervento di rimozione radicale della ghiandola prostatica.

Per quanto riguarda invece l’incontinenza urinaria, questo effetto collaterale si riscontra con una certa variabilità, in quanto colpisce tra il 6 e il 30% degli uomini che si sono sottoposti a prostatectomia radicale. Si tratta di un effetto collaterale meno frequente rispetto alla disfunzione erettile, ma che può comportare una fastidiosa e imbarazzante perdita di urina (minzione involontaria, dovuta a un disturbo allo sfintere uretrale, che controlla la fuoriuscita dell’urina dalla vescica).

A seconda della gravità del problema, il paziente può rivolgersi a uno specialista in riabilitazione perineale, anche se in generale questo disturbo migliora in maniera sostanziale a distanza di 6-12 mesi dall’intervento. Il percorso riabilitativo può prevedere una serie di esercizi di ginnastica durante i quali si contrae e si distende la muscolatura del cosiddetto pavimento pelvico: in questo modo il paziente rieduca con gradualità i muscoli interessati e riduce la possibilità di perdita di urina. Anche un’alimentazione varia ed equilibrata e uno stile di vita sano giocano un ruolo fondamentale per recuperare e porre fine all’incontinenza urinaria.

Come già accennato, vista la delicata posizione della prostata in prossimità non solo dell’apparato urinario, ma anche di quello riproduttore, un intervento di prostatectomia radicale può causare anche problemi legati alla sfera sessuale, che sono però molto variabili a seconda dei diversi casi. Oggi, per ridurre il rischio di disfunzione erettile (ed evitare la conseguente difficoltà ad avere un rapporto sessuale) si impiega la tecnica chirurgica denominata “nerve-sparing”, tramite la quale è possibile non rimuovere insieme alla prostata anche i fasci nervosi che consentono l’erezione. Il paziente ha così ottime probabilità di recuperare e mantenere la funzionalità dell’apparato riproduttore: in tal caso, infatti, la disfunzione erettile che sopraggiunge nei giorni immediatamente successivi all’intervento è unicamente dovuta a un minore afflusso di sangue verso il pene ed è di solito transitoria.

In altri pazienti, invece, il carcinoma prostatico può essersi espanso al punto da obbligare il chirurgo a rimuovere anche la fitta rete di nervi presenti nella zona che circonda la ghiandola: in questi casi il recupero della funzione erettile può comportare molto più tempo e, a volte, può essere impossibile.

Ci sono molti altri fattori che possono incidere sul recupero della funzionalità erettile, come l’abitudine al fumo, l’assunzione di farmaci anti-ipertensivi o altre patologie concomitanti, come il diabete o l’ipertensione. In ogni caso, è bene che il medico di riferimento metta il paziente in contatto con personale specializzato, per avviare in maniera precoce un percorso di recupero della normale funzione erettile. Questo può avvenire grazie all’assunzione di alcuni farmaci che agiscono inibendo l’enzima PDE-5 (che ha un ruolo chiave nel rilassamento muscolare del pene) e favoriscono la vasodilatazione. La risposta al trattamento è tanto maggiore quanto prima si inizia la terapia. Nei casi di disfunzione erettile, possono entrare però in gioco anche sostanziali fattori psicologici, derivati da un eventuale stato d’ansia o di depressione, che possono essere trattati con sedute di psicoterapia mirate.

Dopo la prostatectomia radicale, il paziente necessita quindi di tutto l’aiuto necessario per superare e/o convivere con gli eventuali effetti collaterali che ne derivano. È per questo motivo che è consigliato rivolgersi anche a uno psicoterapeuta che possa guidare la persona lungo questo cammino, che può durare diversi mesi. La fase di recupero va affrontata con consapevolezza e fiducia e deve essere accompagnata da sane abitudini: una buona attività fisica, il consumo di frutta, verdura e cereali a discapito di cibi più grassi, la cessazione del fumo.

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