Pubblicità

Agorafobia: come si manifesta?

L’agorafobia è la paura degli spazi aperti e dei luoghi affollati: chi ne è affetto si sente in pericolo tra la folla e avverte desiderio di fuga.

Ico tempolettura 4d4ceff10709fc567a3b0d04cf7fe5fe311c0b603cdcdde16d5fa93daf9467a7 Tempo di lettura: 13 minuti


L’agorafobia è il disturbo che indica la paura degli spazi aperti e dei luoghi affollati: chi ne è affetto si sente in pericolo tra la folla e avverte desiderio di fuga.

Dall’etimologia greca “agorà” (piazza) e “fobia” (paura), il termine agorafobia significa letteralmente “paura della piazza”, ma si tratta di un fenomeno molto più complesso e profondo.

Uno dei pensieri più ricorrenti che avverte la persona è il timore di non ricevere soccorso e di non trovare una via di fuga, per cui quando entra in un luogo chiuso cerca sempre con lo sguardo un’uscita di sicurezza per raggiungere un posto più sicuro.

Chi soffre di agorafobia evita di salire sui mezzi pubblici (aereo, treno o tram) per paura di perdere il controllo e non frequenta luoghi di incontro come cinema, teatro, supermercati, ristoranti e centri commerciali, dove la sensazione di claustrofobia potrebbe scatenare attacchi di panico.

La sensazione che si prova durante un attacco di panico può essere spiegata ricorrendo al mondo della mitologia greca e alla storia del dio Pan (da cui “panico”), una divinità molto temuta perché legata ai piaceri e agli istinti primordiali. Ogni volta che si manifestava in maniera improvvisa davanti alle Ninfe, queste provavano terrore, fino a innescare il cosiddetto cortocircuito psichico, fenomeno in cui più ci si spaventa e più si sta male, e più si sta male più ci si spaventa, comportamento caratteristico degli attacchi.

Questi episodi riportano sintomi somatici molto spiacevoli e difficili da controllare:

  • tachicardia
  • palpitazioni
  • dolore al petto
  • tremori
  • vertigini
  • sudorazione
  • senso di soffocamento e nodo alla gola
  • nausea
  • difficoltà alla respirazione
  • derealizzazione (sensazione che il mondo intorno a sé diventi estraneo e irreale)
  • depersonalizzazione (sentirsi distaccati da se stessi)
  • paura di svenire o di morire.


«Dopo aver vissuto l’attacco di panico – spiega Laura Brutti, psicologa e psicoanalista dello Spazio Salute San Decenzio di Pesaro – si instaura l’ansia anticipatoria: temendo che possa riaccadere un evento così forte, nasce il terrore e la paura di uscire, e ne consegue l’evitamento, ovvero il soggetto inizia a sfuggire da tutti i posti in cui può sentirsi a rischio ed elegge in questo schema una persona di riferimento da chiamare ogni volta che si sente male». Questo significa avere sempre farmaci con sé e non uscire mai da soli per timore di sentirsi persi in mezzo a una coda o in uno spazio molto ampio.



Diagnosi ed epidemiologia dell’agorafobia


Gli attacchi di panico sono comuni a differenti patologie: tramite sedute di psicoterapia si può eseguire una diagnosi differenziale tra l’agorafobia e altri disturbi che presentano tratti in comune.

Lo specialista analizza con il paziente la vera origine della sua fobia, valutando le seguenti malattie dalla sintomatologia simile:


Patologia
Caratteristiche
Fobia socialeIl soggetto teme situazioni in pubblico imbarazzanti o episodi sociali in cui potrebbe venire giudicato negativamente
Fobie specificheLa persona prova una paura irrazionale nei confronti di un oggetto o di una situazione dettagliata. Possono essere animali, sangue, bambole e pagliacci, ma anche azioni come volare o guidare, al cui solo pensiero si può scatenare il panico
Disturbo ossessivo-compulsivoIl paziente che ne soffre prova delle ossessioni o compulsioni invalidanti che possono interferire con le attività quotidiane e lavorative
Disturbo post-traumatico da stressLa paura è causata dal ricordo di un evento traumatico che può esser stato vissuto. Questo rende irritabile il soggetto che tenderà all’evitamento e avvertirà disagio
Disturbi del comportamentoComprendono una vasta serie di atteggiamenti diversi dalla norma e contraddistinguono soggetti spesso aggressivi o asociali
Disturbi mentaliSono di solito identificati come nevrosi o psicosi e si tratta di malattie mentali che possono portare ad allucinazioni, inespressività o, al contrario, a emozioni decontestualizzate
Disturbi della personalità

La persona è instabile nei comportamenti e nelle relazioni, cambia rapidamente umore e agisce con impulsività.


Per quanto riguarda l’epidemiologia, gli studi dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) dimostrano che ne soffre tra l’1,5% e il 3,5% della popolazione mondiale, con una maggior predisposizione nel sesso femminile, mentre non esiste un dato statistico sull’età di insorgenza del disturbo (che può manifestarsi già durante l’adolescenza fino ai 35 anni).



Quali sono le cause dell’agorafobia?


«Di solito avvengono per grandi traumi che possono accadere (un lutto, un disturbo post traumatico da stress, esperienze vicine alla morte o incidenti) oppure – continua la specialista – c’è una parte di noi molto rigida e severa che, in seguito ad un cambiamento nella nostra vita che innalza il peso delle responsabilità, come la nascita di un figlio o una promozione sul lavoro, induce la persona a lasciarsi andare e chiedere aiuto».

Se questo nuovo equilibrio di energie viene represso o sottovalutato si sfogherà come un sintomo, in questo caso l’agorafobia, che può interessare chiunque, dalla giovane mamma al manager abituato a tenere tutto sotto controllo e ad avere schemi mentali molto rigidi.

Inoltre questa condizione di disagio può essere la conseguenza di patologie (anoressia, depressione e ipocondria) e spesso può dipendere da fattori ambientali e caratteriali, come per esempio un temperamento vulnerabile e sensibile con tendenza al pessimismo e alla negatività. Sicuramente influiscono anche ansia, preoccupazione e stress, e non sono da escludere la predisposizione genetica e la familiarità.

Pubblicità


Come aiutare chi ne soffre?


Trattandosi di una condizione cronica, si può supportare chi ne soffre valutando un percorso di terapia cognitivo-comportamentale, imparando ad applicare strategie per la gestione delle emozioni e di rilassamento della mente, come l’ipnosi  o il training autogeno.

Una delle tecniche maggiormente utilizzate è quella di esposizione, che può avvenire in tre modalità:

  • in immaginazione, durante la quale viene visualizzata e analizzata la situazione che trasmette ansia, a partire dalla scena meno invasiva fino a quella di maggiore disturbo
  • simulata in studio, ovvero si ricrea la modalità che genera il panico
  • in vivo, si ritorna nel luogo che si evita per applicare le tecniche autocorrettive e dissociare il cervello dall’attivazione di una risposta di stress.


Durante le sedute si impara a entrare il più velocemente possibile nello stato autogeno e avere il controllo delle proprie emozioni, per poi applicare la tecnica durante la fase acuta evitando così l’attacco di panico. Gestendo lo stress nel giro di pochi secondi, la persona che soffre di agorafobia diventa più forte e tollerante anche nelle situazioni di maggiore disagio e impara a prevenire eventuali ricadute: questo richiede uno sforzo attivo con costanza e pazienza, sedute settimanali ed esercizi da praticare regolarmente a casa.

Diverso è l’approccio della psicanalisi: «Nella psicanalisi relazionale non si lavora sul sintomo ma sulla persona, che viene automaticamente condotta all’accettazione e a risolvere il problema in modo attivo grazie ai nuovi strumenti che vengono indicati al paziente, aggiungendo ogni volta qualcosa di nuovo al proprio modo di essere – spiega Laura Brutti. Una volta capita l’origine del problema deve imparare ad accettarlo e a capire il suo significato. Grazie agli strumenti che gli verranno indicati riesce a conoscere meglio se stesso e ad ascoltare il problema senza correre subito alla ricerca di aiuto, ma lavorandoci sopra e mettendo in pratica le nuove tecniche».

Questo non esclude che uno stato di ansia non ritornerà nel corso della sua vita, ma avrà strumenti diversi per affrontarla con più consapevolezza e maturità: una volta smascherata l’origine del problema, questo farà meno paura. E infatti per comprendere le dinamiche più reali e profonde che spingono il soggetto al panico si lavora molto spesso sui sogni, dove viene allo scoperto la parte più autentica e sale in superficie il mondo più interno di ogni individuo.

Parallelamente è importante il ruolo di una terapia farmacologica prescritta dal medico specialista che prevede solitamente l’utilizzo di ansiolitici: quelli di prima scelta sono gli antidepressivi SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina). Inibendo il re-uptake di questo ormone, questi medicinali agiscono migliorando il tono dell’umore e sono tra i farmaci preferiti per terapie di lunga durata in quanto sono ben tollerati e non creano sedazione.

Un’alternativa è rappresentata dalle benzodiazepine, antipsicotici particolarmente indicati in stati di ansia, ma adatti a un’assunzione di breve termine. Infatti possono indurre sonno, abuso e dipendenza: se interrotti bruscamente, per esempio, il soggetto può entrare in astinenza.

Un supporto può arrivare anche dalle terapie naturali. «Possono essere assunte quotidianamente differenti tipologie di tinture madre – consiglia Alessandra D’Emilio, farmacista e biologa esperta in fitoterapia e omeopatia – come la passiflora dall’azione calmante, l’avena, rilassante e riequilibrante dell’umore e il biancospino, utile per il controllo della tachicardia». La dose può variare a seconda che lo scopo sia preventivo o se il paziente deve prepararsi ad affrontare una situazione a rischio. «Un ulteriore ausilio – spiega la specialista – è rappresentato da gemmoderivati quali il tiglio e l’acero, specifici per ansia o crisi di panico. È inoltre molto utile avere sempre con sé l’associazione in gocce o spray dei cinque fiori che il Dott. Bach riteneva utili nelle situazioni di emergenza».

Elisabetta Fracasso

CONSULTA L’ARCHIVIO DI DISTURBI E PATOLOGIE
Torna su