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Tumore alla prostata: radioterapia o intervento?

Une neoplasia alla ghiandola prostatica può essere trattate in diversi modi. Tra questi l'opzione chirurgica e quella radioterapica sono fra le più utilizzate, spesso in combinazione
Tempo di lettura: 12 minuti
Ultimo aggiornamento: 10 Febbraio 2021

Il tumore alla prostata è uno degli argomenti, purtroppo, più ricorrenti quando si parla di salute maschile. Secondo l’Istituto superiore di sanità, infatti, solo nel 2019 sono stati individuati più di 35.000 nuovi casi di cancro alla ghiandola prostatica: numeri che lo rendono uno dei tumori in assoluto più diffusi tra gli uomini. Se si considerano gli individui maschi sopra i 50 anni, il 20% delle neoplasie che si riscontrano in quella particolare fascia d’età è rappresentato proprio da casi di tumore alla prostata. La prostata è formata da vari tipi di cellule: ghiandolari, muscolari, epiteliali ecc. La maggioranza dei tumori della prostata sono degli adenocarcinomi, ovvero tumori che si sono sviluppati a partire da una ghiandola; in alcuni casi, invece, si riscontrano carcinomi (tumori epiteliali) o sarcomi (tumori dei tessuti connettivi). Con il sopraggiungere della terza età, la diminuzione e poi cessazione dell’attività testicolare comporta una alterazione ormonale che può avere delle ricadute sulla ghiandola prostatica. In alcuni casi, si nota un ingrossamento, ovvero un aumento di volume della prostata chiamato ipertrofia, che può provocare disturbi alle vie urinarie. In altri casi, invece, può manifestarsi un tumore alla prostata. Come spesso accade, il tumore prostatico può presentarsi in una moltitudine di forme diverse: alcune di esse sono del tutto asintomatiche e i pazienti che ne sono affetti, a volte, conducono l’intera vita senza mai accorgersene. In altri casi, invece, si assiste a uno sviluppo “silente” che continua per molti anni, per poi manifestarsi nelle fasi più avanzate con sintomi che possono essere confusi con un ingrossamento della prostata. È così che la crescita delle cellule tumorali, senza la corretta diagnosi, può proseguire indisturbata. Ad oggi, fortunatamente, ci sono buone probabilità di sopravvivenza per i pazienti affetti da tumore alla ghiandola prostatica: l’88% di essi sopravvive dopo cinque anni dalla diagnosi. Si tratta di una tendenza verso il miglioramento delle condizioni e delle aspettative di vita, dovuta sia allo sviluppo di approcci terapeutici sempre più efficaci, sia all’introduzione di test specifici; il numero di diagnosi, per esempio, è aumentato in maniera sensibile da quando è stato introdotto e si è diffuso il test del PSA, l’antigene specifico prostatico, sebbene i valori di questo test che possano risultare al di sopra della norma anche in assenza di una neoplasia, causando dei cosiddetti “falsi positivi”.

Tumore alla prostata: trattamenti possibili

Le opzioni di cura in caso di diagnosi di tumore alla prostata sono diverse. La variabilità dei casi comporta che i trattamenti siano personalizzati e calibrati, oltre che sulle condizioni e sull’età del paziente, anche sulle caratteristiche della neoplasia. Il tumore alla prostata, infatti, è di solito oggetto di una valutazione complessiva, basata su due parametri fondamentali: l’aggressività e lo stato della malattia. Per capire i valori di questi due parametri è opportuno svolgere esami specifici: con la biopsia prostatica (un esame invasivo dalla durata di circa cinque/dieci minuti) si ottiene un frammento di tessuto prostatico. Dopo avere prelevato alcuni campioni da varie zone della prostata, si passa alla valutazione clinica, utilizzando la cosiddetta scala di Gleason, che consente di assegnare un punteggio al tumore in base al grado di differenziazione delle cellule prostatiche (ovvero la similitudine tra le ghiandole tumorali e quelle sane). Inoltre, per valutare lo stadio del tumore, il medico utilizza il cosiddetto sistema TNM, che valuta la presenza di metastasi e di cellule tumorali nei linfonodi. A queste due scale diagnostiche, si associano i risultati del test del PSA nel sangue. Una volta raccolto anche quest’ultimo dato, si può assegnare al tumore una classe di rischio (basso, intermedio o alto), per poi procedere a identificare la terapia più adatta. Nei casi a basso rischio, in genere, si sceglie di attendere l’eventuale evoluzione della patologia. Questa scelta si fa, di solito, quando il paziente è affetto da altre malattie oppure se si tratta di una persona d’età particolarmente avanzata, promuovendo però la cosiddetta “sorveglianza attiva”, ovvero un controllo dell’evoluzione della malattia condotto con esami eseguiti di frequente: il test delle PSA, l’esame rettale fatto da un urologo e la biopsia. In questo modo, con un costante monitoraggio, è possibile monitorare lo sviluppo del tumore e intervenire in tempo. Nei casi di cancro alla prostata che comportano un rischio maggiore, di solito si ricorre alla chirurgia, con un intervento di prostatectomia radicale, che prevede la rimozione dell’intera ghiandola prostatica. Se il tumore è già in una fase avanzata, a seguito della prostatectomia il paziente deve sottoporsi a trattamenti aggiuntivi, come, per esempio, la radioterapia.

La radioterapia come trattamento del tumore alla prostata

La radioterapia consiste nell’impiego di radiazioni ionizzanti che distruggono le cellule tumorali, e può avere diverse finalità: può essere usata, per esempio, per eliminare tutte le cellule tumorali della prostata oppure quelle che rimangono a seguito di un intervento chirurgico non radicale, per scongiurare il rischio di recidiva o, nei casi più gravi, per ridurre il dolore legato alle metastasi. Anche la modalità di esecuzione del trattamento può variare: può essere eseguita dall’esterno (radioterapia a fasci esterni), oppure dall’interno (brachiterapia, che prevede l’inserimento della sorgente radioattiva direttamente all’interno della prostata). La radioterapia a fasci esterni prevede alcuni cicli per una durata complessiva di alcune settimane. Dopo avere individuato la zona target da irradiare, si procede con le sedute di irraggiamento, ognuna delle quali dura pochi minuti. Il fascio di radiazioni è calibrato per colpire la prostata, limitando l’impatto verso gli organi vicini. La prostata si trova, infatti, in una posizione particolarmente “scomoda”: tra la base della vescica e del diaframma urogenitale, in prossimità del retto. La radioterapia a fasci esterni implica alcuni effetti collaterali, anche in questo caso del tutto variabili da persona a persona. Durante il ciclo di trattamento il paziente può essere soggetto a disturbi delle vie urinarie, una gamma variabile di sintomi intestinali e una generale debolezza. Questi effetti collaterali acuti si attenuano e scompaiono dopo circa un mese dalla conclusione della terapia. Si possono riscontrare anche alcuni effetti collaterali tardivi, fra cui disfunzione erettile, disturbi nella minzione, una diminuzione del liquido seminale. Questi effetti collaterali possono perdurare nel tempo fino a diventare permanenti.

Intervento per il tumore alla prostata

La rimozione chirurgica della prostata è detta prostatectomia: essa può essere parziale, ma molto spesso (soprattutto in caso di tumore in uno stato non particolarmente avanzato) si decide per la rimozione totale (prostatectomia radicale). Nel corso dell’intervento di prostatectomia radicale vengono rimosse, oltre all’intera prostata, anche le vescicole seminali e i linfonodi più vicini. La scelta del medico di proporre o meno al paziente una prostatectomia dipende dallo stato di avanzamento della malattia e dalla sua aggressività. Nei casi in cui l’intervento chirurgico sia necessario, il paziente può valutare insieme al medico di fiducia alcune opzioni: l’asportazione chirurgica della prostata, infatti, può avvenire in maniera retro pubica, perineale, trans coccigea, laparoscopica o robot-assistita. La dimensione della ghiandola prostatica e le condizioni della malattia determinano la scelta del metodo. A intervento terminato, il paziente resta in osservazione per alcuni giorni, per poi essere dimesso. Si tratta di un intervento chirurgico di una certa portata, che può comportare alcune conseguenze negative: i problemi che maggiormente si riscontrano riguardano la possibilità di incontinenza urinaria e di danni anche seri alla funzione erettile. Proprio per ridurre i casi di disfunzione erettile a seguito di prostatectomia, il chirurgo oggi può lavorare con il metodo della prostatectomia radicale nerve-sparing, con la quale i fasci nervosi che controllano l’erezione non vengono intaccati.

Effetti collaterali

Come già accennato, a seguito sia di una prostatectomia sia di cicli di radioterapia il paziente può andare incontro a vari effetti collaterali, a breve e a lungo termine. La disfunzione erettile è uno dei più comuni, ma anche in questo caso esistono diverse opzioni terapeutiche. Questo disturbo può non essere permanente ed è stato riscontrato che in alcuni casi è dovuto a fattori emotivi legati allo stress. L’incontinenza urinaria si può invece presentare sia a causa della malattia, sia a seguito dell’intervento chirurgico. In quest’ultimo caso è possibile recuperare la capacità di trattenere l’urina tramite esercizi mirati di fisioterapia o con un ulteriore trattamento chirurgico. Una delle conseguenze invece inevitabili della rimozione delle vescicole seminali che avviene durante l’intervento di prostatectomia è l’assenza di eiaculazione. È per questo motivo che molti pazienti che desiderano avere figli, scelgono di depositare il proprio sperma prima dell’intervento presso le strutture dedicate alla raccolta e alla conservazione. Nell’affrontare un tumore alla prostata sono quindi di enorme importanza la diagnosi, l’intervento precoce e - prima ancora, per non incorrere in trattamenti - nella prevenzione. La prostata è stata infatti spesso poco considerata quando si è iniziato a parlare di prevenzione. Oggi invece sappiamo che la ghiandola prostatica è un organo tanto delicato quanto fondamentale: seguire uno stile di vita sano e sottoporsi a esami e visite di controllo è assolutamente consigliato per mantenerla in salute.

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