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Parkinson, come diagnosticarlo?

Movimenti più lenti e rigidi e un lieve tremore sono i sintomi più visibili del Parkinson. Spesso ad accorgersene per primi sono i familiari.

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Movimenti più lenti e rigidi e un lieve tremore sono i sintomi più visibili del Parkinson. Spesso ad accorgersene per primi sono i familiari.

Tremore a riposo, che spesso riguarda una mano, un piede o la mandibola, rigidità, bradicinesia (lentezza dei movimenti automatici) e, con l’avanzare della malattia, perdita di equilibrio. Questi sono i quattro sintomi principali della malattia di Parkinson.

Col tempo anche le manifestazioni a carico della sfera affettivo-cognitiva e delle funzioni vegetative diventano significativi: alterazioni dell'olfatto, del sonno, dell'umore e della memoria esecutiva, nonché stipsi, aumento del bisogno di urinare, disturbi digestivi, comparsa di affaticamento e di dolori muscolari, modificazioni cardiocircolatorie e della pressione arteriosa. Anche la libido viene coinvolta: può aumentare di molto o, al contrario, diminuire.

Diagnosi

La diagnosi è pressoché clinica e viene eseguita dal neurologo che analizza la storia personale del paziente e lo sottopone a un esame obiettivo per valutare i sintomi e i segni neurologici ed escludere che si tratti di altre patologie con manifestazioni molto simili al Parkinson.

Tra le più comuni c’è il tremore essenziale, definito così in quanto la causa non è nota. In questo caso i pazienti non presentano segni di rigidità o bradicinesia e il tremore si manifesta durante il movimento, per esempio quando si porta la forchetta alla bocca.

Il quadro clinico viene valutato sulla base di scale di valutazione internazionali, come la UPDRS (Unified Parkinson’s Disease Rating Scale), il cui fine è analizzare e assegnare un punteggio da 0 a 4 allo stato mentale, all’abilità fisica, alle attività di vita quotidiana e alle possibili complicanze motorie. La somma dei valori ottenuti indicherà lo stato di malattia.

Gli esami strumentali, come la tomografia computerizzata, la risonanza magnetica cerebrale ad alto campo, la scintigrafia cerebrale e la PET cerebrale possono essere utilizzate per verificare il livello di dopamina residuo in presenza di segni clinici atipici e per confermare la diagnosi.

Non esiste tuttavia un test specifico in grado di identificare chiaramente la malattia.

Cause

Compare verso i 58-60 anni e l’incidenza è leggermente superiore negli uomini.

La malattia si manifesta quando la produzione di dopamina, che regola il controllo dei movimenti corporei automatici, cala a causa della degenerazione dei neuroni presenti alla base del cervello.

In parte dei casi la comparsa della malattia è legata a mutazioni genetiche, in altri è invece una più generica familiarità a predisporre a questa patologia.

Terapie

È disponibile una cura sintomatica che mira a ristabilire e a mantenere i livelli di dopamina nel cervello in modo che le connessioni neuronali possano funzionare correttamente.

Nelle fasi più avanzate e in casi selezionati si può ricorrere alla neurochirurgia per l’impianto di stimolatori cerebrali.

Livia Gamondi

CONSULTA L’ARCHIVIO DI DISTURBI E PATOLOGIE
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