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Coxartrosi: quando è necessaria la chirurgia?

Dolore, rigidità e zoppia sono i segnali tipici dell’artrosi dell’anca.

Ico tempolettura 4d4ceff10709fc567a3b0d04cf7fe5fe311c0b603cdcdde16d5fa93daf9467a7 Tempo di lettura: 4 minuti

Dolore, rigidità e zoppia sono i segnali tipici dell’artrosi dell’anca.

Inizia con un dolore all’inguine, che scende lungo la coscia fino al ginocchio e diventa sempre più forte, tanto da rendere difficile accavallare le gambe. Stiamo parlando della coxartrosi, un disturbo che provoca il progressivo assottigliamento della cartilagine che riveste la testa del femore.

Con il passare del tempo, l'osso sottostante viene “messo a nudo” e reagisce addensandosi e deformandosi con la produzione di osteofiti, escrescenze a forma di becco, che limitano il movimento. La capsula articolare si inspessisce e i muscoli si retraggono fino a determinare la postura caratteristica di chi è affetto da coxartrosi.

Possibili rimedi

Non esistono farmaci in grado di guarire l'artrosi o di farla regredire, ma solo medicinali per controllare il dolore. In genere vengono prescritti i FANS, farmaci antidolorifici non steroidei, che non devono però essere assunti per periodi lunghi.

Possono essere effettuate, una volta ogni 8-10 mesi, delle infiltrazioni eco-guidate di acido ialuronico, la sostanza nutriente e lubrificante della cartilagine che viene a mancare con l’artrosi.

Quando l'artrosi è in fase iniziale, si può rallentarne l'evoluzione con alcuni accorgimenti: perdere peso ed evitare di affaticare l'articolazione con sport e attività pesanti.

Per migliorare la mobilità sono utili la fisioterapia e una moderata attività fisica. Gli sport più adatti sono quelli senza carico: nuoto, bicicletta, camminata leggera e ginnastica dolce.

Quando si ricorre all’intervento chirurgico?

Quando il dolore non è più controllabile e compromette la qualità di vita si prende in considerazione l’intervento di artroplastica totale dell’anca, che prevede la sostituzione dei punti di contatto danneggiati con protesi artificiali.

«Negli ultimi anni sono stati fatti importanti passi avanti per quanto riguarda i materiali, ma soprattutto nella ricerca di procedure chirurgiche sempre meno invasive che consentano un recupero funzionale più rapido, meno dolore, cicatrici più piccole e la riduzione delle perdite di sangue» spiega Marta Solà, chirurgo ortopedico dell’Ospedale Edoardo Bassini di Cinisello Balsamo.

«Si pratica un’incisione di 6-8 cm sulla parte anteriore superiore della coscia attraverso cui si posiziona la protesi, evitando di tagliare i muscoli e lesionare i nervi».

L’intervento dura circa un’ora e, a seconda dei casi, viene eseguito o meno in anestesia generale. «Dopo 24 ore il paziente è in grado di camminare con l’ausilio del deambulatore. La degenza dura dai 4 ai 6 giorni per poi passare in un reparto di Medicina riabilitativa per altri 20 giorni. Per un mese devono essere assunti farmaci anticoagulanti e utilizzate le calze elastiche per evitare il rischio di trombosi».

Nell’arco di un mese è possibile, con le dovute cautele, riprendere la vita di tutti i giorni. I controlli sono previsti dopo uno, tre e sei mesi dall’intervento; comprendono, oltre alla visita clinica, anche esami radiografici per verificare la fissazione della protesi.

Livia Gamondi

CONSULTA L’ARCHIVIO DI DISTURBI E PATOLOGIE
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