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Pubblicato: 10 Maggio 2011 Ultimo aggiornamento: 28 Novembre 2019
Reflusso diagnosi esami

Reflusso Gastroesofageo: la diagnosi si fa così

I sitomi del reflusso gastroesofageo sono spesso sfumati e difficili da interprtare. Ecco qual è l'iter diagnostico per questo disturbo.

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I sintomi sono spesso sfumati, difficili da interpretare e soprattutto riconducibili alla risalita dell’acido dello stomaco. Ecco come si fa la diagnosi di questo disturbo.

Si parla di reflusso gastroesofageo quando i succhi gastrici risalgono dallo stomaco lungo l’esofago. E talvolta possono arrivare fino alla gola.

In genere è un fenomeno occasionale. Se invece ha una frequenza ricorrente (superiore a due volte la settimana) ed è eventualmente associato ad altri sintomi, quali per esempio rigurgito acido o difficoltà a deglutire, si parla allora di malattia da reflusso gastroesofageo (in sigla MRGE).

Farmaci, il primo test

Il primo passo consiste nella raccolta di tutti i sintomi e i disturbi da parte del farmacista e/o del medico, i quali li valuteranno nel loro insieme.

Se i sintomi accusati dal paziente hanno una localizzazione nella parte superiore del tratto digerente (a livello dell’esofago) e si manifestano con frequenza, è consigliabile ricorrere all’utilizzo di un inibitore di pompa protonica di automedicazione (come l’omeprazolo 20 mg) per un trattamento di due settimane.

Se dopo questo periodo i sintomi del reflusso persistono o peggiorano, è opportuno rimandare il paziente al medico.

Esami più invasivi, ma più precisi

Ecco quali sono gli esami diagnostici a disposizione:

  • Esofagogastroduodenoscopia: consiste nell’inserimento attraverso la bocca di una sonda che ha installato, sulla punta, una piccolissima videocamera che permette al medico di osservare dall’interno esofago, stomaco e duodeno.

Questo esame consente di scoprire eventuali danni e lesioni provocate dall’acido all’esofago, ma anche la presenza di ulcere gastriche.

È considerato l’esame standard, ma non sempre è sufficiente per fare la diagnosi di reflusso.

  • pH impedenzometria: è un test a cui si ricorre quando l’esofagogastroduodenoscopia non dà risultati certi.

Si esegue così: il medico inserisce, attraverso il naso, un sondino che registra per 24 ore mediante un dispositivo la concentrazione e gli effetti dell’acido mentre il paziente trascorre una giornata tipica.

Nel frattempo, chi si sottopone all’esame annota su un registro tutti i sintomi riscontrati e l’ora in cui insorgono, così che il medico possa metterli in relazione alle condizioni interne dell’apparato digerente.

  • Manometria esofagea: consiste nell’introduzione di un sondino dal naso e serve per studiare i movimenti dell’esofago (peristalsi) mentre si eseguono deglutizioni a vuoto oppure si bevono piccoli sorsi d’acqua.

Dura in tutto mezz’ora circa ed è l’esame più indicato per completare il quadro degli accertamenti utili alla diagnosi.


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