Pubblicità

Vaginosi batterica, nemica della gravidanza

Se non curata, la vaginosi batterica può essere pericolosa in gravidanza perchè aumenta il rischio di parto prematuro.

Ico tempolettura 4d4ceff10709fc567a3b0d04cf7fe5fe311c0b603cdcdde16d5fa93daf9467a7 Tempo di lettura: 11 minuti

Se non curata, la vaginosi batterica può essere pericolosa in gravidanza perchè aumenta il rischio di parto prematuro.

Capita a tutte le donne, nel corso della vita, di incappare in un'infezione o in disturbi a carico dell'apparato genitale. Ma cosa succede se accade in gravidanza? E quanto incidono questi disturbi sulla salute di mamma e bambino?

«Innanzitutto bisogna sapere che ci sono batteri alleati del benessere femminile», spiega Alessandra Graziottin, direttore del Centro di ginecologia e sessuologia medica dell'Ospedale San Raffaele Resnati di Milano. «I problemi si manifestano se l'equilibrio salta. Un odore genitale acre e sgradevole è il sintomo della presenza in eccesso di un germe, la Gardnerella vaginalis, individuabile con un esame che, non a caso, si chiama “fish-test” o “sniff-test”».

Un ospite…indesiderato

«La Gardnerella abita normalmente in vagina, ma si “fa sentire” solo quando cresce in maniera eccessiva, visto che di solito costituisce una sparuta minoranza tra le popolazioni di microrganismi che caratterizzano l'apparato genitale femminile. Questa situazione di squilibrio viene chiamata vaginosi batterica, perché non è un'infezione in senso stretto, non essendo causata da germi provenienti dall'esterno, ma da uno squilibrio quantitativo tra quelli che la donna ha normalmente» spiega la ginecologa.

Si stima che il 5-15% delle donne in età fertile debba fronteggiare una vaginosi batterica, che può manifestarsi anche durante la gravidanza. Un’altra categoria molto a rischio sono le donne affette da malattie sessualmente trasmesse.

Nella metà dei casi il sintomo più caratteristico sono secrezioni vaginali biancastre, di odore sgradevole. A volte può anche manifestarsi dolore durante i rapporti sessuali. Lo sniff-test evidenzia proprio il cattivo odore delle secrezioni, aggiungendo a queste una goccia di idrossido di potassio dopo averle poste su un vetrino. La diagnosi può essere fatta anche con un tampone vaginale, attraverso l’esame al microscopio, alla ricerca dei batteri connessi alla vaginosi, e con il pap-test.

Le cause della vaginosi batterica

Ma cosa provoca la crescita abnorme della Gardnerella? Non ci sono prove di una trasmissione per via sessuale, anche se rapporti frequenti possono rappresentare un fattore predisponente: lo sperma maschile abbassa il pH della vagina, creando condizioni ambientali favorevoli agli spermatozoi, ma anche ad alcuni batteri che normalmente non si riscontrano nella microflora vaginale della donna sana. Così come l'utilizzo di lavande vaginali sembra favorirne lo sviluppo.

Ancora, una ricerca clinica di qualche anno fa ha dimostrato che il rischio di vaginosi batterica aumenta del 50% con l'aumentare dei grassi nell'alimentazione, mentre si riduce del 60% con l'aumento di folati, vitamina E e calcio (probabilmente per un miglioramento del vicino ecosistema intestinale).

«La causa certa è una variazione dell'acidità della vagina, ossia del suo pH che, a sua volta, è regolato dal livello di estrogeni presenti nei tessuti genitali, e quindi cambia dall'infanzia all'età dello sviluppo, dalla vita fertile alla menopausa», spiega Alessandra Graziottin.

Dalla pubertà in poi (quando appunto gli estrogeni si mettono in moto) l’ecosistema vaginale (detto anche microbiota o microbioma) va incontro a una serie di modificazioni e diventa “popolato” di microrganismi indispensabili per la salute degli organi genitali. In maggioranza sono germi “benefici”, quindi e appartengono al gruppo chiamato bacilli di Doderlein, composto da oltre 40 differenti ceppi.

Continua Alessandra Graziottin: «Tutti producono acido lattico e perossido di idrogeno (H2O2), sostanze che contribuiscono a mantenere basso (intorno a 4) il pH vaginale. Producono anche batteriocine e lactocine, che costituiscono un’ulteriore arma di difesa dai germi, in particolare da quelli che arrivano dall'intestino (Escherichia coli, Enterococcus faecalis), che possono causare una vaginite (cioè una vera e propria infiammazione da infezione) e cistiti».

L’importanza del pH

Pubblicità
Un ambiente è acido quando il pH va da 0 a 7 e basico se il pH va da 7 a 14, e condiziona così la possibilità di “vita” dei microrganismi.

«Se il pH vaginale sale dal valore normale di 4 (per una donna sana in età fertile) a 5 o 6, i bacilli di Doderlein diminuiscono e aumenta la Gardnerella (o Haemophilus) che normalmente c'è, ma è poco numerosa», spiega la ginecologa. «La crescita provoca una fermentazione delle sostanze vaginali, causando sintomi come abbondati secrezioni vaginali (80% dei casi) dall'odore sgradevole (di “pesce avariato”), a volte con prurito, altre con bruciore vaginale e urinario».

La misurazione del pH è importante anche in gravidanza: «Se il pH vaginale è inferiore a 4,5 vuol dire che tutto procede per il meglio. Al contrario, un aumento del pH si associa a un rischio più elevato di aborto, di parto prematuro e di bambini con basso peso alla nascita (sotto 2,5 kg). Questo perché, se non è curata, la vaginosi batterica associata alla proliferazione della Gardnerella e alla riduzione dei lattobacilli – che proteggono anche da eventuali concomitanti infezioni che arrivano dall'esterno - può lesionare le membrane amniotiche (amnionite), causandone la rottura», ammonisce Alessandra Graziottin.

Al minimo sospetto, è bene rivolgersi subito al ginecologo per una terapia da seguire scrupolosamente, anche se i sintomi scompaiono durante il trattamento e prima di averlo completato. Le medicine possono consistere in antibiotici e farmaci riequilibratori dell’ecosistema vaginale, usati singolarmente o in combinazione.

Come combattere la vaginosi batterica in gravidanza

Gli schemi terapeutici per le donne in gravidanza con sintomi o senza, ma a rischio di parto pretermine – ovviamente sotto stretto controllo medico - prevedono antibiotici per bocca o in crema o ovuli per applicazione locale, con modalità differenti di posologia e somministrazione in base anche al trimestre della gestazione.

In generale, l'uso di riequilibratori dell’ecosistema è il più indicato in gravidanza: oltre ad avere minori effetti collaterali e minori problematiche rispetto agli antibiotici, al contrario di questi ultimi favoriscono la proliferazione di lattobacilli, fondamentale per evitare il rischio di recidive e garantire il buon esito della gravidanza.

Le cure a base di antibiotici, poi, non sempre sono risolutive: «La presenza abnorme del microrganismo è infatti conseguenza di alterazioni ormonali e biochimiche più importanti», sottolinea Alessandra Graziottin. «Bisogna cercare di cambiare fattori come il livello di estrogeni e il pH che governano la salute del microbioma vaginale. Quando i livelli estrogenici sono normali e il pH è 4, le proporzioni tra i diversi microrganismi si autoregolano e restano in equilibrio».

La migliore prevenzione della vaginosi batterica consiste nel riportare il pH vaginale ai valori ideali per l’età fertile, cioè a pH 4-4,5.

Un aiuto dalla vitamina D

Un altro aspetto interessante nella prevenzione è il ruolo giocato dalla vitamina D. «In gravidanza la sua carenza triplica il rischio di vaginosi batterica», spiega la ginecologa. «La prima cosa da fare è dunque misurarne i valori con un semplice esame del sangue. Se è insufficiente (ossia inferiore a 30 ng/ml), il corretto trattamento consiste nell'utilizzo di un integratore, con un giusto apporto (quotidiano, settimanale o mensile)».

«La mancanza di vitamina D è molto frequente nella popolazione italiana, specialmente nei mesi invernali. Perciò, in occasione di esami del sangue di routine, andrebbe dosata in tutte le donne, in particolare in gravidanza per evitare pesanti rischi ostetrici e neonatali: vaginosi batteriche, ma anche l’aumentato rischio di malattie come diabete gestazionale, ipertensione (pre-eclampsia), parto prematuro, parto cesareo» conclude la ginecologa.

Un altro possibile aiuto può venire dai probiotici, che dovrebbero permettere di ripristinare la flora batterica vaginale “amica”, attraverso l'applicazione in vagina di preparati contenenti lattobacilli, sotto forma di ovuli o tavolette.

La candida in gravidanza: non pericolosa, ma molto fastidiosa

La Candida albicans è un fungo che nella mucosa del tratto genitale femminile trova condizioni ottimali per la sua crescita: umidità, calore, zuccheri e un “terreno” acido. Caratteristiche che durante la gravidanza aumentano, perché, sotto lo stimolo degli estrogeni, la vagina diventa ancora più umida e ricca di zuccheri.

La vaginite da candida, a differenza della vaginosi batterica, non costituisce un pericolo per la gravidanza, ma può essere così persistente da causare sintomi fastidiosi anche per mesi, quindi è bene individuarla prima possibile e curarla scrupolosamente.

Riconoscere i sintomi è semplice: le perdite sono bianche (come ricotta), abbondanti e con odore simile a quello del lievito. Il maggiore problema che causano è il prurito, spesso accompagnato da gonfiore di grandi e piccole labbra. Per eliminarla, si utilizzano prodotti antimicotici in crema, da inserire in vagina con un applicatore, oppure candelette o ovuli.

Dopo un paio di settimane dal termine della cura, è consigliabile un secondo ciclo di terapia perché possono sopravvivere spore inattive che “rifioriscono” e perché durante la fase dell'infezione la donna contamina indumenti, lenzuola e asciugamani con le spore, che possono poi causare una nuova infezione perché resistono anche ai lavaggi ad alte temperature.

I rischi di contagio da candida in gravidanza aumentano se in famiglia ci sono bimbi con meno di tre anni (spesso portatori di spore anche senza sintomi) o se la donna ha assunto antibiotici. In genere non è necessario trattare il partner, salvo in casi di irritazioni conclamate che possono rendere indispensabile l'uso di una crema antifungina.

Al momento del parto, durante il passaggio nel canale vaginale, è infine possibile che l’infezione passi al neonato, che può sviluppare una candidosi della mucosa orale, meglio nota come mughetto.

Mariateresa Truncellito

CONSULTA L’ARCHIVIO DI DISTURBI E PATOLOGIE
Torna su