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Ovaio policistico: le terapie

La sindrome dell’ovaio policistico è un problema femminile tutt’altro che raro. Combatterlo con le terapie giuste permette di salvaguardare anche la fertilità.

Ico tempolettura 4d4ceff10709fc567a3b0d04cf7fe5fe311c0b603cdcdde16d5fa93daf9467a7 Tempo di lettura: 12 minuti

La sindrome dell’ovaio policistico è un problema femminile tutt’altro che raro. Combatterlo con le terapie giuste permette di salvaguardare anche la fertilità.

La sindrome dell'ovaio policistico, chiamata anche policistosi ovarica, è un disturbo endocrino piuttosto frequente: colpisce dal 5 al 10% delle donne in età fertile (tende a manifestarsi a partire dalla pubertà), ed è considerato la causa più frequente di infertilità femminile.

Come si può intuire dal nome, infatti, le ovaie appaiono ingrossate e ricoperte da cisti, ossia tante piccole formazioni tondeggianti che sono il frutto della mancata maturazione dei follicoli da cui normalmente vengono liberate le cellule uovo. In pratica, l’ovulazione non si verifica o è irregolare e per questo diventa difficile concepire un figlio. Affrontarlo con una terapia adeguata, perciò, diventa importante anche in vista di una futura gravidanza.

È un problema ormonale

L’ovaio policististico è un disordine endocrino caratterizzato da iperandrogenismo, ossia un’eccessiva produzione a livello ovarico di ormoni maschili (androgeni), in particolare testosterone.

Proprio l’eccesso di questi ormoni è all’origine di una serie di segni che caratterizzano la policistosi come:

- irsutismo, vale a dire l’eccesso di peluria in aree del corpo dove questa è normalmente presente nell’uomo e non nella donna, come il viso, l’addome, il dorso, il seno (in particolare attorno all’areola)

- acne, anche su schiena e décolleté

- alopecia androgenetica (perdita di capelli assimilabile a quella maschile)

- pelle e capelli grassi

- disturbi mestruali, come ciclo mestruale irregolare, scarso o prolungato e assenza di mestruazioni per più mesi (amenorrea).

Non bisogna dimenticare che questi sintomi, in considerazione anche del fatto che si manifestano generalmente durante l’adolescenza, contribuiscono a creare disagi non solo fisici ma anche psicologi, forme depressive e difficoltà nei rapporti interpersonali che non devono essere sottovalutati.

È anche una malattia metabolica

Da qualche anno la policistosi ovarica è riconosciuta anche come malattia metabolica: oltre ai noti e già descritti sintomi clinici, infatti, circa il 25-50% delle pazienti fa i conti con obesità o sovrappeso e una su due ha una iperinsulinemia compensatoria, ossia un’eccessiva produzione di insulina (l’ormone che regola gli zuccheri nel sangue) in conseguenza di una condizione di resistenza da parte dell’organismo all’azione della stessa (insulino-resistenza).

La condizione di sovrappeso o obesità delle donne con policistosi è in genere di tipo androide: l’accumulo di grasso è prevalentemente a livello addominale, il che rappresenta un importante fattore di rischio in particolare per le malattie cardiovascolari.

Secondo diversi studi, le pazienti con policistosi ovarica hanno un rischio aumentato di sviluppare intolleranza al glucosio e diabete mellito di tipo 2, ma anche ipertensione, eccesso di colesterolo e patologie cardiovascolari dopo i 35-40 anni. Il rischio di diabete di tipo 2, in particolare, sarebbe da 5 a 10 volte maggiore.

Chi soffre di ovaio policistico, inoltre, è più a rischio di sviluppare diabete gestazionale in un’eventuale gravidanza. Sovrappeso e obesità contribuiscono anche a peggiorare il quadro specifico della malattia, perché il tessuto grasso produce a sua volta estrone (un tipo di estrogeno negativo per la salute), molecole infiammatorie e ulteriori ormoni maschili.

I meccanismi all’origine dell’ovaio policistico non sono ancora ben chiari. In medicina recentemente si è fatta strada l’ipotesi che l’insulino-resistenza e l’iperinsulinemia compensatoria giochino un ruolo tra le possibili cause: secondo recenti studi, infatti, alti livelli di insulina a livello ovarico favorirebbero la mancata ovulazione e l’eccessiva produzione di androgeni.

L’insulina in particolare sembra favorire, a livello delle ovaie, la conversione di una molecola naturalmente presente, una sorta di zucchero chiamato myo-inositolo, in una sua variante, il D-chiro-inositolo. Poiché il primo agisce normalmente come messaggero dell’ormone FSH, che ha il compito di stimolare l’ovulazione, una sua carenza si traduce nella mancata ovulazione, mentre l’eccesso del secondo promuove un’eccessiva produzione di androgeni.

Diagnosticare l’ovaio policistico

Per impostare il corretto trattamento della policistosi ovarica occorre prima di tutto una diagnosi precisa. A tal scopo, in genere, sono necessarie una visita ginecologica, un’ecografia delle ovaie ed esami del sangue con dosaggio ormonale.

Si può parlare, quindi, di ovaio policistico se si riscontrano almeno due su tre dei seguenti sintomi:

- segni clinici (sintomi visibili alla visita medica) o chimici (cioè riscontrati negli esami del sangue) di iperandrogenismo;

- oligomenorrea o amenorrea (alterazione del ritmo del ciclo mestruale o sua assenza) e/o mancata ovulazione;

- ovaie che all’ecografia appaiono ingrossate e policistiche, cioè più di 15-20 follicoli immaturi sul margine esterno.

Se la policistosi è confermata, il medico può prevedere anche ulteriori esami: l’American Congress of Obstetricians and Gynecologist raccomanda per esempio un test di carico al glucosio e un’analisi del profilo lipidico, per una valutazione anche metabolica.

Fatta la diagnosi, spetta al medico proporre una strategia di cura che contrasti i sintomi e permetta di prevenire l’infertilità. Esistono differenti possibilità di terapia, la cui scelta dipende anche dalla volontà della donna di cercare subito una gravidanza o meno.

Cambiare stile di vita

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Il primo passo per il trattamento della policistosi ovarica, indicato sia per le donne che puntano in tempi brevi a una gravidanza sia per le altre, consiste in una modifica delle abitudini di vita, in particolare quelle relative all’alimentazione e dall’attività fisica, soprattutto se la paziente ha anche problemi di obesità o sovrappeso.

È consigliabile, in particolare, seguire una dieta che limiti cibi ad alto indice glicemico (che causano cioè un veloce aumento della concentrazione di zuccheri nel sangue) come dolciumi, cereali raffinati e lieviti, privilegiando verdure e frutta poco dolci, pesce e carni bianche, cereali integrali, legumi, da abbinare ad attività fisica aerobica (come jogging, nuoto, bicicletta) quotidiana (per almeno 45 minuti al giorno), che stimola il metabolismo anche a riposo e ottimizza l’uso dell’insulina.

In molti casi il solo recupero del peso forma consente il ritorno dell’ovulazione e aiuta a ridurre i fattori di rischio generale. Non bisogna però optare per il fai-da-te, ma meglio affidarsi alla guida di specialisti, come per esempio di un medico nutrizionista. L’approccio dovrebbe essere multidisciplinare e, soprattutto se il disagio causato dagli altri sintomi viene amplificato dalla difficoltà a perdere peso nonostante la dieta e l’attività fisica, può essere utile affidarsi anche all’aiuto di uno psicologo.

Per chi non vuole figli subito

Per anni l’unico trattamento per la policistosi ovarica è stato il ricorso a un contraccettivo ormonale, la pillola estroprogestinica, cioè contenente oltre agli estrogeni anche ormoni progestinici antiandrogeni (come il drospirenone, il ciproterone acetato e, più recentemente, il dienogest e la norelgestromina).

Oggi oltre alla pillola è possibile ricorrere, in alternativa, all’anello vaginale o al cerotto, sempre contenenti i medesimi tipi di ormoni. Sarà il ginecologo a prescrivere l’anticoncezionale più adatto dopo un’accurata visita della donna (gli anticoncezionali ormonali, come tutti i farmaci, possono avere delle controindicazioni).

Questi contraccettivi mettono a riposo l’ovaio, evitando che la sindrome peggiori nel tempo e, proprio grazie agli ormoni progestinici, contrastano i sintomi legati all’eccesso di androgeni. Però, in quanto contraccettivi, sono ovviamente adatti solo se la donna non sta cercando di avere un figlio.

Per chi desidera una gravidanza

Alle pazienti in cerca di un figlio il ginecologo può prescrivere farmaci in grado di favorire l’ovulazione, come il clomifene citrato, un principio attivo che favorisce un’iperproduzione di ormone FSH che, a sua volta, stimola le ovaie, la maturazione dei follicoli e l’ovulazione.

Negli ultimi anni si è cominciato a fare ricorso per la terapia dell’ovaio policistico anche a farmaci in grado di migliorare la condizione di insulino-resistenza e ridurre, indirettamente, la secrezione dell’insulina stessa. È il caso della metformina, principio attivo che trova normalmente indicazione nel diabete di tipo 2, ma che è stato sperimentato anche nella policistosi ovarica: secondo una revisione sistematica è risultato efficace nelle terapie a breve-medio termine (tre-sei mesi), favorendo l’ovulazione e la gravidanza e migliorando anche l’efficacia dei medicinali pro-ovulatori (come il clomifene). Non ci sarebbero invece dati ancora sufficienti sull’efficacia e la sicurezza di una terapia a lungo termine.

L’assunzione dei farmaci insulino-sensibilizzanti prescritti in caso di policistosi non cancella però l’importanza del cambiamento dello stile di vita (controllo del peso e attività fisica), che resta la prima scelta terapeutica.

Esiste anche un integratore

Secondo i più recenti studi, nel trattamento della sindrome dell’ovaio policistico può essere utile anche il ricorso alla supplementazione con gli inositoli. Da un anno è infatti disponibile in farmacia un integratore studiato proprio per la policistosi, che contiene una combinazione di myo-inositolo e D-chiro-inositolo in rapporto 40 a 1: mentre il secondo agisce a livello del fegato riducendo l’insulino-resistenza e diminuendo l’insulina circolante che andrebbe ad aggredire l’ovaio, il primo sopperisce alla carenza ovarica di questa sostanza che, come visto, si tradurrebbe in una mancata ovulazione.

Secondo i dati disponibili, nel 70% dei casi permette la ripresa dell’ovulazione dopo solo tre mesi di assunzione e contrasta i sintomi dell’iperandrogenismo. Si può assumere anche in gravidanza, per ridurre il rischio di diabete gestazionale, e in abbinamento alle altre terapie (in associazione alla pillola estroprogestinica, per ottimizzare l’uso dell’insulina e agire sull’aspetto metabolico, o di altri farmaci per l’ovulazione, per migliorare la qualità degli ovociti).

Come tutti gli integratori, non richiede ricetta medica, ma è sempre meglio assumerlo sotto controllo dello specialista. Anche l’uso della supplementazione non sostituisce la necessità di una modifica dello stile di vita.

Valeria Ghitti

CONSULTA L’ARCHIVIO DI SALUTE DONNA
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