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Gravidanza a rischio: quali sono i sintomi?

A volte la gestazione può essere in pericolo a causa di particolari condizioni di salute della futura mamma. Ecco quali sono i segnali da non sottovalutare.

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A volte la gestazione può essere in pericolo a causa di particolari condizioni di salute della futura mamma. Ecco quali sono i segnali da non sottovalutare.

La gravidanza non deve essere affrontata come una malattia, ma in alcune circostanze il rischio che non tutto vada come previsto è più elevato che in altre.

Definire se una gestazione è a rischio basso, moderato o alto è importante per permettere alla futura mamma di essere seguita nella maniera più adeguata dagli operatori sanitari e scongiurare, così, esiti negativi per la salute materna e per quella fetale.

Al riguardo va però precisato, come sottolinea anche l’Organizzazione mondiale della sanità, che il rischio in gravidanza è di tipo dinamico, cioè ogni gestazione può presentare uno o più rischi e diversi gradi di rischio in momenti diversi.

In particolare, le prime settimane di gravidanza sono le più delicate, anche perché il feto è in via di formazione, ed è in questa fase che più spesso si va incontro a una minaccia d’aborto, mentre, per esempio, il diabete gestazionale è più frequente nel secondo e nel terzo trimestre.

Inoltre, una gravidanza a rischio può comunque avere un esito positivo: un rischio di aborto, per esempio, può non tradursi in una effettiva interruzione della gravidanza.

Gravidanza a rischio: i fattori

A determinare il rischio in gravidanza concorrono:

- condizioni di salute della donna esistenti già prima del concepimento

- età e stile di vita della gestante al momento della gravidanza

- disturbi che possono insorgere durante la gestazione.

Infatti, alcuni problemi di salute di cui soffre la futura mamma, per esempio l'ipertensione oppure la sindrome dell'ovaio policistico (patologia che, interferendo con l’ovulazione, causa anche difficoltà a rimanere incinta), l'obesità, il diabete, le patologie renali, le malattie autoimmuni (ovvero disturbi del sistema immunitario) e quelle che colpiscono la tiroide, ma anche anomalie cardiache o pelviche possono aumentare il rischio di complicanze come l'aborto spontaneo o un parto pretermine, ma non solo. In generale, malattie croniche preesistenti possono peggiorare con la gravidanza o in qualche modo ostacolarla e interferire con il suo decorso.

Anche un'età inferiore a 17 anni o superiore ai 35 anni, il fumo, il consumo di alcolici e alcune condizioni che si possono sviluppare durante la gestazione possono mettere a rischio una gravidanza. Fra queste, una delle più frequenti è il diabete gestazionale, ma non dimentichiamo anche la preeclampsia, condizioni di grave anemia, anomalie della placenta, nonché alcune infezioni contratte nei nove mesi (come toxoplasmosi, rosolia, citomegalovirus). Inoltre, una diagnosi di depressione in gravidanza non va sottovalutata: se non trattata, può portare a comportamenti materni scorretti o addirittura pericolosi per la salute fetale.

Anche l’attesa di gemelli configura una gravidanza a rischio, perché la gestazione gemellare ha un’alta probabilità di concludersi con una nascita pretermine.

Infine, anche complicazioni riscontrate in precedenti gravidanze (precedenti aborti o malformazioni al feto, preeclampsia o eclampsia, parti pretermine, patologie placentari o interventi di chirurgia uterina) possono indurre il ginecologo a ritenere ugualmente a rischio anche una nuova gestazione.

Il diabete gestazionale

Il diabete gestazionale è una condizione colpisce donne che non hanno mai avuto a che fare con il diabete prima della gravidanza. Tende a comparire soprattutto a partire dal secondo trimestre.

In realtà la comparsa di una resistenza all'azione dell'insulina durante la gestazione è normale e serve per “dirottare” gli zuccheri introdotti con l'alimentazione verso il bambino in via di sviluppo.

Tuttavia, in alcune condizioni questo fenomeno si accentua eccessivamente e porta all'insorgenza di una vera e propria forma di diabete che, se non tenuto sotto controllo, aumenta il rischio di eventi indesiderati come il parto pretermine o pericolosi cali glicemici nel bambino poco dopo il taglio del cordone ombelicale.

Inoltre, un feto ipernutrito da un’eccessiva quantità di zuccheri può andare incontro a macrosomia fetale, che si verifica quando il neonato alla nascita pesa più di 4,5 kg. Ciò può provocare un parto prematuro o può rendere necessario un parto cesareo, proprio per la sproporzione tra le dimensioni del neonato e quelle del canale del parto.

Nella maggior parte dei casi il diabete gestazionale resta asintomatico (anche se può in alcuni casi determinare nella gestante un aumentato bisogno di bere e una maggiore frequenza della minzione); per questo è importante sottoporsi ai controlli della glicemia prescritti dal medico: solo in questo modo è possibile accorgersi di un eventuale diabete e gestirlo nel modo migliore possibile. In particolare, per confermare o meno la diagnosi di diabete gravidico il ginecologo prescrive alla paziente alcuni test, la minicurva glicemica da carico e la curva glicemica completa.

La dieta, stabilita in genere dal ginecologo di concerto con un diabetologo, è il sistema più semplice e risolutivo per tenere a bada il diabete gestazionale, ma se non è sufficiente possono essere necessarie somministrazioni di insulina alla gestante.

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La preeclampsia

Un altro problema che può complicare la gravidanza è la preeclampsia, una sindrome caratterizzata da un improvviso aumento della pressione del sangue che, se non adeguatamente trattata, può portare all’eclampsia vera e propria, che è caratterizzata da convulsioni e, nei casi più gravi, coma.

Nota anche come gestosi, la preeclampsia tende a manifestarsi dopo la ventesima settimana di gestazione con una triade di sintomi, la cui compresenza rende più facile la diagnosi:

- aumento della pressione sopra i 140/90 mmHg

- aumento dei livelli di proteine nelle urine (proteinuria)

- edema diffuso, soprattutto agli arti inferiori.

A questi sintomi possono poi aggiungersene altri.

In genere, come detto, il primo segnale di preeclampsia è un improvviso aumento della pressione oltre i 140/90 mmHg; fra i sintomi che possono accompagnarlo sono inclusi forti mal di testa, problemi alla vista (sensibilità alla luce, campo visivo appannato o temporanea cecità), dolori nella parte alta destra dell'addome, riduzione nella produzione di urine, nausea o vomito, fiato corto e improvvisi gonfiori (soprattutto a mani e a piedi). A tali sintomi possono aggiungersi segni come alterazioni del funzionamento dei reni (rilevabile ad esempio con la presenza di proteine nelle urine) o del fegato e con una riduzione delle piastrine nel sangue.

In condizioni più gravi è possibile anche avere a che fare con perdite vaginali di color rosso acceso e con l'assenza o la forte riduzione dei movimenti del bambino. Infatti la preeclampsia è un fattore di rischio per il distacco della placenta, e fra i sintomi più comuni di quest'ultimo sono incluse proprio le anticoagulanti">emorragie vaginali, cui possono aggiungersi crampi o sensibilità addominale.

L'entità dell'emorragia dipende da quanta placenta si è staccata. A volte il sangue si accumula tra la placenta e la parete dell'utero e le perdite di sangue possono essere molto lievi; nelle situazioni più gravi, invece, l'emorragia è abbondante e il bambino potrebbe muoversi meno del solito o non muoversi affatto. In tutti i casi è bene rivolgersi il prima possibile a un medico.

Poiché la gestosi si risolve con il parto, i medici utilizzano, se possibile, terapie di supporto fino al raggiungimento di una sufficiente maturità fetale, tenendo sotto controllo lo stato di salute della futura mamma. I farmaci, prescritti dal medico, servono per evitare complicazioni legate all’aumento di pressione, come per esempio il distacco di placenta, l’insufficienza cardiaca e l’emorragia cerebrale.

Le infezioni pericolose in gravidanza

Se la donna in gravidanza contrae alcune infezioni può esporre il feto a rischi molto importanti, soprattutto se il contagio si verifica nel primo trimestre di gravidanza.

Tra gli agenti infettivi più temibili ricordiamo:

- il virus della rosolia, che se contratto durante la gestazione espone il feto a ritardo mentale, cecità, sordità, ma anche al rischio di aborto e morte intrauterina

- il citomegalovirus, che può determinare disabilità nel neonato

- il toxoplasma, parassita responsabile della toxoplasmosi, che espone al rischio di aborto o di serie lesioni fetali congenite.

Negli adulti queste infezioni sono spesso asintomatiche o si manifestano con sintomi aspecifici (come malessere generale e a volte febbre), tanto che all’inizio di una gravidanza, per sapere se la donna ha già contratto in passato queste infezioni, si effettuano specifici esami del sangue. In caso di esito positivo, la donna ha generalmente sviluppato un’immunizzazione che la proteggerà nei nove mesi.

In caso contrario, sarà necessario ripetere gli esami a cadenza regolare per tutta la durata della gravidanza, in modo da individuare un eventuale contagio in tempi utili e procedere, quando possibile, con le cure del caso.

Riconoscere una minaccia d'aborto

Infine, in caso di gravidanza a rischio è possibile ritrovarsi alle prese con una minaccia d'aborto. Il periodo più a rischio è il primo trimestre di gravidanza.

I sintomi che permettono di riconoscerla includono dolori addominali o alla schiena. Questi fastidi non sono sempre associati a perdite vaginali. Per questo, indipendentemente dalla presenza di emorragie, è bene rivolgersi a un medico ogni volta che un fastidio porta a sospettare un possibile aborto spontaneo.

Secondo gli esperti, però, è sicuramente necessario recarsi al pronto soccorso o sottoporsi a una visita specialistica in tempi brevi in presenza di perdite di sangue e dolore localizzato al basso ventre o ai reni (paragonabile a quello che si avverte durante le mestruazioni). I sanitari potranno così stabilire se e come intervenire.

In alcuni casi alla futura mamma possono essere prescritte terapie farmacologiche (per esempio a base di progesterone, che agisce, tra le altre cose, riducendo le contrazioni uterine), riposo a letto, astensione dai rapporti sessuali oppure un ricovero ospedaliero per monitorare la situazione.

Strategie di prevenzione

Non sempre è possibile prevenire una gravidanza a rischio, ma in determinate circostanze è possibile attuare già prima del concepimento alcune strategie che aiutano a ridurre i pericoli.

Se l’aspirante mamma, per esempio, ha già problemi di salute, è opportuno che valuti attentamente con il ginecologo come procedere in vista di una gravidanza. Anche donne sane che intendono avere un figlio dovrebbero sottoporsi in anticipo ad alcuni esami, come quelli per valutare un’eventuale immunizzazione alle infezioni pericolose in gravidanza.

Durante la gestazione, tanto più se non è programmata, è importante sottoporsi a tutti gli screening prenatali consigliati dai medici, seguire uno stile di vita sano, evitando in particolare alcol e fumo, ma anche curando l’alimentazione e seguendo le indicazioni e le precauzioni igienico-sanitarie suggerite dal ginecologo.

Fondamentale, in particolare, è l’assunzione di acido folico, se possibile da un mese prima del concepimento e per il primo trimestre di gravidanza (ma può essere utile anche durante l’allattamento) che riduce il rischio di alcune malformazioni del bambino, in particolare a carico del tubo neurale (struttura da cui si origina il sistema nervoso centrale).

Inoltre, per chi è già in dolce attesa sono raccomandate le vaccinazioni contro l’influenza di stagione e contro la tosse" href="/pertosse">pertosse.

Silvia Soligon

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Gli esami in gravidanza

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    Dal ginecologo tutti i mesi

    Le ultime linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità mettono l’accento sull’importanza di controlli periodici dal ginecologo, che da quattro passano a ben otto: il primo non oltre la dodicesima settimana, a cui devono seguire due visite nel secondo trimestre (alla 20a e alla 26a settimana) e ben cinque nel terzo. Gli esperti ritengono infatti che un maggior numero di contatti con il ginecologo siano necessari per monitorare e salvaguardare la salute della donna e del feto e fornire tutte le informazioni necessarie ai futuri genitori.

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    Gli esami di laboratorio più utili nei nove mesi

    In tutti e tre i trimestri è bene sottoporsi a esami del sangue per valutare un’eventuale anemia o la presenza di malattie infettive come toxoplasmosi, rosolia, sifilide e HIV. Al primo controllo è opportuno che il ginecologo prescriva anche un esame del sangue per determinare il gruppo sanguigno e il fattore Rh e un esame delle urine e un’urinocoltura per verificare la funzionalità renale e la presenza di una eventuale infezione delle vie urinarie. All’inizio del terzo trimestre è opportuno invece sottoporsi a un tampone vaginale per la ricerca dello streptococco beta-emolitico gruppo B, un batterio che, se presente in vagina, può infettare il neonato durante il parto, causando infezioni anche gravi.

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    Un’ecografia per ogni trimestre

    Le ecografie previste nei nove mesi di gravidanza sono tre, ma il loro numero può salire nel caso il ginecologo lo ritenga opportuno. La prima ha lo scopo di verificare l’attecchimento dell’embrione e per datare con precisione la gravidanza. Tra la 20a e la 22a settimana viene eseguita la cosiddetta “morfologica”, con l’obiettivo di valutare l'accrescimento del bambino e la conformazione dei suoi organi. Tra la fine del settimo e l’inizio dell’ottavo mese la gestante viene infine sottoposta a un’ultima ecografia per monitorare la crescita e il benessere fetale, la quantità di liquido amniotico, la funzionalità della placenta e la posizione del bambino in vista del parto.

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    Diagnosi prenatale tra il primo e il secondo trimestre

    Sono diverse le opzioni fra cui scegliere per indagare la presenza o la probabilità di anomalie cromosomiche nel feto. La certezza può arrivare solo dalla mappa cromosomica, che è possibile eseguire mediante il prelievo di un campione di villi coriali (villocentesi, da effettuare fra la 10a e la 13a settimana) o di liquido amniotico (amniocentesi, tra la 15a e la 17a). Esiste anche la possibilità di scegliere un esame non invasivo, il cosiddetto test combinato, che permette di ottenere una stima del rischio di anomalie cromosomiche nel bambino grazie alla ricerca nel sangue materno di due proteine prodotte dalla placenta e l’esecuzione di un’ecografia per la misura della translucenza nucale (ovvero dello spessore di una raccolta di liquido presente a livello della nuca del feto).

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    Screening per il diabete gestazionale nel secondo trimestre

    Anche a donne che non hanno mai avuto problemi di glicemia, in gravidanza può essere diagnosticato il diabete gestazionale, ovvero un aumento della concentrazione di glucosio nel sangue che va oltre i valori considerati fisiologici durante i nove mesi dell’attesa. La diagnosi avviene mediante la cosiddetta curva da carico di glucosio, ovvero un esame della glicemia prima e dopo avere assunto 75 g di glucosio. Sarà il ginecologo a valutare se prescrivere alla propria paziente questo esame in base alla presenza o meno di alcuni fattori di rischio, come per esempio il riscontro di questa patologia in una precedente gravidanza.


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