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Epatite B: i sintomi

È una malattia di origine virale che può presentarsi in forma acuta o cronica. Ecco come si manifesta.

Ico tempolettura 4d4ceff10709fc567a3b0d04cf7fe5fe311c0b603cdcdde16d5fa93daf9467a7 Tempo di lettura: 11 minuti

È una malattia di origine virale che può presentarsi in forma acuta o cronica. Ecco come si manifesta.

L'epatite B è una malattia virale che colpisce il fegato. A scatenarla è il virus dell'epatite B (Hbv) che, dopo un'infezione acuta, può anche portare allo sviluppo di una forma cronica della patologia.

Appartenente alla famiglia degli Hepadnaviridae, il germe dell'epatite B è un virus formato da Dna di cui sono attualmente note sei diverse tipologie (genotipi A-F) distribuite in diverse aree del mondo.

Secondo i dati dell'European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc), nel 2014 negli Stati appartenenti allo spazio economico europeo (SEE, a cui appartengono, oltre ai Paesi dell’Unione europea, anche Islanda, Liechtenstein e Norvegia) sono stati registrati oltre 22.000 infezioni da parte di questo virus, per un'incidenza di 4,2 casi ogni 100.000 abitanti. Fra questi, l'11,9% corrispondeva a infezioni acute e il 64% a infezioni croniche, mentre il restante 24,1% non è stato classificato.

Nella maggior parte dei casi (33,8%) il virus ha colpito individui di età compresa tra i 25 e i 34 anni; gli uomini sono risultati più a rischio di contrarre l'infezione rispetto alle donne, con un rapporto maschi/femmine pari a 1,5:1.

La possibilità che l'epatite B diventi cronica varia a seconda dell'età alla quale viene contratta l'infezione: negli adulti si aggira attorno al 5-10% dei casi, mentre in giovane età il rischio è maggiore, tanto che nei neonati esposti al virus poco dopo la nascita arriva al 90% circa.

L'incidenza della patologia sembra essere in costante diminuzione dal 2006, probabilmente grazie all'efficacia dei programmi di vaccinazione nazionale. Tuttavia, i casi di epatite cronica sono aumentati nel corso degli anni; secondo gli esperti ciò potrebbe essere dovuto a una migliore segnalazione della patologia e a un aumento delle procedure diagnostiche.

In questo panorama, risulta ancora fondamentale sia sorvegliare l'incidenza dell'infezione nella popolazione sia portare avanti le iniziative di prevenzione e di controllo della patologia.

I sintomi dell'epatite B

Le forme acute di epatite B non scatenano sempre dei chiari sintomi in tutti i soggetti infetti; a mostrarli è il 70% circa degli adulti che contraggono l'infezione, mentre in molti casi i bambini più piccoli possono avere a che fare con forme asintomatiche, ma comunque contagiose.

In generale, i sintomi sono più frequenti a partire dai 5 anni di età. Possono includere febbre, affaticamento, perdita di appetito, nausea, vomito, dolori addominali, muscolari e alle articolazioni, urine scure, feci color argilla e ittero (cioè l'ingiallimento della pelle e della parte bianca degli occhi).

Quest'ultimo non è il sintomo più comune; infatti, secondo dati diffusi dall'Istituto superiore di sanità, a manifestarlo è solo il 30-50% degli adulti e il 10% dei bambini colpiti da infezioni acute.

La malattia è invece fatale solo nell'1% dei casi, anche se questa percentuale aumenta al di sopra dei 40 anni di età.

In media dal contagio alla comparsa dei sintomi trascorrono circa 90 giorni, ma possono manifestarsi in un arco di tempo variabile tra le 6 settimane e i 6 mesi dopo la trasmissione del virus. Quando compaiono molto rapidamente si parla di epatite fulminante.

In genere i disturbi persistono per poche settimane, ma alcune persone possono soffrirne anche per 6 mesi.

Le forme croniche di epatite B possono essere associate a sintomi simili a quelli delle infezioni acute. Tuttavia, la maggior parte dei pazienti cronici non ha a che fare con disturbi associati al virus anche per 20 o 30 anni.

La situazione non deve però essere sottovalutata. Infatti, in una percentuale variabile tra il 15 e il 25% dei casi l'epatite B cronica evolve in gravi patologie epatiche, come la cirrosi (una condizione in cui i tessuti del fegato vanno incontro a fibrosi) o il cancro al fegato (con un rischio di tumore più elevato nei casi di cirrosi).

Per di più i sintomi possono mancare anche quando la salute dell'organo inizia a essere compromessa. Opportune analisi del sangue possono però aiutare a tenere sotto controllo la situazione.

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Il contagio

L'epatite B può essere contratta tramite il contatto con il sangue o i fluidi organici di individui infettati dal virus (liquido seminale, fluidi vaginali o saliva).

La trasmissione del virus può per esempio avvenire attraverso aghi contaminati da sangue infetto, oppure attraverso ferite profonde, rapporti sessuali o contatto di fluidi infetti con la pelle, gli occhi o la bocca (per esempio scambiandosi lo spazzolino da denti o il rasoio con un individuo infetto). Inoltre, è possibile anche la trasmissione del virus dalla madre al feto prima o durante il parto.

Grazie ai controlli effettuati sul sangue donato nei Paesi industrializzati il rischio di contagio attraverso trasfusioni è stato praticamente azzerato.

Tuttavia, alcuni individui sono esposti a un rischio particolarmente elevato di contrarre il virus:

  • i tossicodipendenti
  • chi ha rapporti sessuali non protetti
  • chi è in dialisi da molto tempo
  • gli operatori sanitari
  • i familiari di individui infetti
  • chi si sottopone a pratiche che richiedono l'uso di aghi e siringhe che dovrebbero essere adeguatamente sterilizzate prima dell'uso (come l'esecuzione di tatuaggi o piercing, ma anche manicure e pedicure).

La diagnosi

Nel caso in cui i sintomi o altri indizi suggeriscano la possibilità di un'epatite B il medico può prescrivere alcuni esami del sangue per accertare la diagnosi.

Sia le infezioni acute sia quelle croniche possono essere riconosciute dalla presenza di una proteina normalmente localizzata sulla superficie del virus (l’antigene di superficie dell'epatite B, HBsAg) e di anticorpi specifici.

In particolare, l'anti-HBs è un anticorpo prodotto dall'organismo in risposta alla presenza dell’antigene di superficie HBsAg; la sua presenza può indicare che l'individuo ha già sconfitto un'infezione acuta, diventando immune a infezioni successive da parte dell'Hbv, o che è stato vaccinato contro il virus.

Gli anti-HBc sono invece anticorpi che riconoscono un'altra porzione del virus (il cosiddetto core antigen); la loro presenza può indicare un'infezione passata o in corso. In particolare, la presenza di anticorpi anti-HBc della classe IgM è utilizzata per rilevare un'infezione acuta contratta non più tardi di 6 mesi prima dell'analisi.

Infine, la presenza della proteina HbeAg (antigene “e” dell’epatite B) indica livelli elevati di virus nel sangue del paziente (che può quindi trasmetterlo ad altre persone) e può aiutare a monitorare l'efficacia della terapia contro l'epatite B cronica.

La rilevazione nel sangue di anticorpi diretti contro questo antigene (anti-HBe) è invece indice di un'epatite B cronica a basso rischio di complicanze al fegato, mentre quella del DNA dell'Hbv svela che il virus si sta moltiplicando attivamente, che l'infezione è contagiosa e, in caso di forme croniche, che è possibile un aumento del rischio di danni al fegato.

Epatite B: come si cura?

A meno che si tratti di forme gravi, l'epatite B di tipo acuto non prevede nessun tipo di trattamento specifico; nella maggior parte dei casi i problemi acuti si risolvono in 2-3 settimane e il fegato ritorna alle condizioni di normalità in un arco di tempo variabile tra i 4 e i 6 mesi.

La cura consiste in riposo, assunzione di liquidi in abbondanza e un'alimentazione sana, ma in alcuni casi potrebbe essere necessario il ricovero in ospedale.

Le forme croniche possono invece richiedere l'assunzione di farmaci antivirali che aiutano a combattere la presenza del virus nel sangue. Il consumo di alcol dovrebbe essere del tutto evitato ed è importante fare attenzione ai farmaci e agli integratori eventualmente assunti, perché potrebbero danneggiare il fegato.

In genere i farmaci antivirali vengono somministrati quando la funzionalità del fegato sta peggiorando, quando compaiono i sintomi di un danno epatico a lungo termine e quando i livelli ematici di Hbv sono elevati.

Infine, in caso di insufficienza epatica potrebbe essere necessario un trapianto di fegato.

La prevenzione

L'epatite B può essere efficacemente prevenuta non solo attraverso uno stile di vita adeguato, ma anche grazie a un vaccino sicuro ed efficace.

Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è proprio questo vaccinazione a permettere, oggi, di mantenere a livelli così bassi l'incidenza delle infezioni da Hbv croniche nei bambini di età inferiore ai 5 anni.

Somministrato in più richiami, il vaccino anti-epatite B stimola il sistema immunitario a proteggere l'organismo dall'Hbv producendo anticorpi specifici contro questo virus, conferendo un'immunità di lunga durata.

Il calendario vaccinale incluso nel Pnpv (Piano nazionale prevenzione vaccinale) 2017-2019 prevede la somministrazione di 3 dosi del vaccino anti-epatite virale B nel primo anno di vita, con obbligo di vaccinazione per i nati a partire dal 2001.

La prima dose è in genere prevista al terzo mese di vita, la seconda al quinto e la terza a 11 mesi di età. Tuttavia, nel caso dei figli di madri positive al test per l'HBsAg la prima somministrazione deve avvenire entro le prime 12-24 ore di vita e deve essere associata a quella di anticorpi specifici, la seconda a 4 settimane di distanza dalla prima e la terza dal 61o giorno di vita.

Inoltre, secondo l'Istituto superiore di sanità il vaccino contro l'epatite B è fortemente raccomandato per le categorie di persone più a rischio, come i tossicodipendenti, gli operatori sanitari e chi convive con portatori cronici del virus.

Silvia Soligon

CONSULTA L’ARCHIVIO DI DISTURBI E PATOLOGIE
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