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Cistite: curiamola al naturale

Fastidio, bruciore, un bisogno incessante di urinare. È la cistite, un’infiammazione delle vie urinarie che colpisce soprattutto le donne a causa della conformazione del loro apparato genitale.

In genere il disturbo è causato da un'infezione batterica: la più comune è quella da Escherichia coli, in altri termini da batteri fecali.

Esistono però fattori di rischio come l’età, la stitichezza, la frequenza dei rapporti sessuali che favoriscono il passaggio di batteri causa di infezioni.

Un’igiene intima accurata ma non troppo drastica - è bene evitare detergenti aggressivi e lavande vaginali se non prescritte dal medico - è quindi il migliore strumento di prevenzione.

Vuoi saperne di più sulle regole dell'igiene intima volte a prevenire la cistite? Leggi questo articolo.

È anche utile evitare pantaloni attillati e indumenti intimi in materiale sintetico o salvaslip, bere molta acqua e curare la regolarità delle funzioni intestinali.

La medicina ufficiale tratta le infezioni batteriche con antibiotici, un rimedio che può risultare sgradito a molti, anche per la frequenza delle recidive, che costringono a un consumo abituale di tali farmaci, non esenti da effetti collaterali spiacevoli.

Comprensibile dunque che ci sia grande attenzione ai rimedi naturali, anche se le conferme scientifiche sulla loro efficacia non sono soddisfacenti come sarebbe desiderabile.

Mirtillo rosso, il rimedio più conosciuto

Il più popolare di questi è certamente il cranberry o mirtillo rosso americano (Vaccinium macrocarpon), una bacca dal gusto acidulo che si consuma essiccata o più spesso sotto forma di succo.

Ricco di vitamine antiossidanti e calcio, il cranberry è usato da sempre dalla medicina tradizionale dei nativi americani che gli attribuiscono svariate proprietà.

Ma oggi è utilizzato soprattutto per trattare e prevenire le infezioni delle vie urinarie, anche se mancano conferme definitive della sua efficacia e indicazioni precise su dosi e modalità di somministrazione.

Uno scarso interesse spiegabile forse col fatto che non si tratta di un farmaco ma un gustoso alimento (ingrediente essenziale del Cosmopolitan, il cocktail rosa reso popolare da Sex & the city) e la cosa più semplice da fare è forse inserirlo nella dieta per vederne gli effetti.

Ci sono ancora incertezze anche sul meccanismo di azione: la tradizione vuole che la sua efficacia sia dovuta alla sua capacità di acidificare le urine, mentre gli studi più recenti segnalano gli effetti antibatterici di alcune componenti, ma anche un’azione meccanica che limiterebbe la capacità dei batteri stessi di aderire alle pareti della vescica e dell’uretra.

Rari invece gli effetti avversi, anche se il cranberry può interferire con l’azione dei farmaci anticoagulanti.

Più in generale, bisogna avere cura di procurarsi prodotti - frutti seccati, capsule o succo - preparati con vero cranberry e non semplicemente «al gusto di», mentre chi ha problemi di sovrappeso o glicemia dovrebbe evitare i succhi troppo ricchi di zucchero.

È disponibile anche in compresse o bustine di estratto titolato in proanticianidine, i cui dosaggi sono maggiormente standardizzabili.

Uva ursina: secondo tradizione

Anche l’uva ursina è tradizionalmente impiegata nelle infezioni delle vie urinarie. Il principio attivo è l’arbutina, che viene metabolizzata a idrochinone, il quale viene escreto attraverso le vie urinarie, dove sembra esplicare azione antisettica.

Tale attività necessiterebbe, però, che le urine non siano acide, per cui viene consigliato di assumere l’estratto secco con acqua e bicarbonato, in modo da rendere le urine meno acide.

Una attività, comunque, non confermata da studi scientifici.

Mannosio, solo sulle forma da E. coli?

Ancora meno confermata l’efficacia di un altro rimedio naturale di cui si parla su internet e nei blog, il mannosio o D-mannosio.

Si tratta di uno zucchero, estratto da legno di betulla o larice, che non viene assimilato dall’organismo e dovrebbe funzionare con un’azione meccanica, eliminando i batteri dal tratto urinario.

Finora però le conferme della sua efficacia vengono solo da esperimenti in vitro o su animali e soltanto sull’Escherichia coli, responsabile di molte ma non di tutte le cistiti.

Resta il fatto che il mannosio è praticamente privo di controindicazioni, anche se si segnalano casi di meteorismo o diarrea, più raramente stipsi .

Non lo sono però alcuni dei principi vegetali con i quali viene spesso abbinato per potenziarne l’efficacia.

Come la Morinda citrifolia o noni, che non deve essere consumata da chi soffre di insufficienza renale colite o malattie del fegato.

Sì ai rimedi naturali, dunque, ma con precauzione e con l’accortezza di rivolgersi al medico nei casi più gravi o quando c’è sangue nelle urine.

Paola Emilia Cicerone

Pubblichiamo per completezza dell'informazione

In merito all'articolo qui sopra pubblicato abbiamo ricevuto dall'Avvocato Mauro Manzi (La Spezia), dietro incarico della Signora Marisa Astuti, Amministratore Unico della Deakos Srl (La Spezia), la richiesta di pubblicazione del seguente testo: «Sorpresi dal vostro articolo vi invitiamo a correggere lacune ed inesattezze. Riteniamo lesive e prive di fondamento le affermazioni riguardanti la pericolosità del Noni riguardo alla possibilità di danni epatici». Infatti le conclusioni degli stessi articoli che voi (privatamente) indicate come vostra fonte (tali fonti non vengono da voi menzionate nell'articolo in questione) smentiscono quanto da voi riportato». «In particolare, al paragrafo b) pagina 1135 Un modello di danno epatico acuto indotto da tetracloruro di carbonio la stessa pubblicazione conclude: Il tetracloruro di carbonio è un agente epatocancerogeno e un induttore di iperossidazione lipidica. Per confermare l'attività antiossidante del Succo di Noni (TNJ) in vivo, è stato selezionato un modello di danno epatico acuto indotto da tetracloruro di carbonio in femmine di ratto SD. La somministrazione per 12 giorni di Succo di Noni (TNJ) in acqua potabile nella misura del 10% ha portato ad una riduzione dei livelli epatici di LPO e SAR dal 20% al 50% rispetto a quelli osservati nel gruppo placebo 3 ore dopo la somministrazione di CC14. In conclusione il Succo di Noni (TNJ) può proteggere il fegato da una esposizione cancerogena di CCV14». «E, sempre fra la documentazione da voi inviataci, il Journal of Food Composition and Analysis 19 (2006) 645-654 conclude: Ricerche in vitro ed esperimenti su animali da laboratorio dimostrano che il Noni esercita attività antimicrobica, anticancerogena, antiossidante, antinfiammatoria, analgesica e cardiovascolare». «Inoltre sarebbe stato importante citare anche altre pubblicazioni, una per tutte il World Journal of Gastroenterology, secondo il quale: Gli studi effettuati sulla somministrazione ad animali ed umani di ALTE dosi di succo del Noni non fanno registrare effetti negativi a livello epatico. In più gli Antrachinoni nel frutto del Noni sono presenti in quantità insufficienti per possedere la struttura chimica necessaria a causare danni al tessuto epatico (World Journal of Gastroenterology ISSN 1007 - 9372, The WJG, 2006)».

Per chi è particolarmente interessato all'argomento, segnaliamo che la giornalista scientifica Paola Cicerone, firmataria dell'articolo da noi pubblicato, ha consultato, oltre ad altri testi qualificati, la documentazione scientifica qui sotto riportata in ordine cronologico discendente dalla più alla meno recente.

La Redazione

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